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NEWS 18 Giugno 2022    di Valerio Pece

Quella spazzatura scagliata sull’Opus Dei dal «caso Calvi»

Se il tratto anticattolico di una certa stampa laica è un malizioso fiume carsico, all’Opus Dei va dato il merito di averlo fatto emergere in superficie, in tutta la sua baldanza, in più di un’occasione. È accaduto con Il Codice da Vinci, romanzo con cui Dan Brown mosse gravi accuse all’unica Prelatura personale della Chiesa cattolica. In quel frangente l’Opus Dei rispose con fair play e punte di purissimo humor (se il romanzo dipingeva l’Opera come capace di spingere Silas, monaco albino, a commettere omicidi nel nome di Dio, dalla sede centrale fu diffusa capillarmente l’intervista di un membro dell’Opus Dei dal nome – autentico!– di Silas, solo che di origini nigeriane, nerissimo, tutt’altro che albino). Prendendosi sapientemente la scena, l’Opera finì per mostrare al mondo quanto fosse più affascinante di qualsiasi romanzo di successo (fu costretto ad ammetterlo anche Gianni Riotta, che sul Corriere della Sera scrisse un articolo chiaro fin dal titolo: L’Opus Dei batte il Codice da Vinci”).

Il vero momento in cui la Prelatura venne mostrificata, fino a diventare il capro espiatorio di tutti i mali del Paese, avvenne però in una circostanza ben più dolorosa rispetto alla fatica letteraria di Dan Brown: la misteriosa e tragica morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano.

COMUNICATI STAMPA CON PREGHIERA «DI ASTENERSI DAL DARE CREDITO»

Era il 18 giugno del 1982, esattamente 40 anni fa, quando “il banchiere di Dio” (così la stampa aveva ribattezzato Calvi) fu ritrovato impiccato ad un traliccio del Ponte dei Frati neri, sul Tamigi. L’Opus Dei risultò completamente estranea ad ogni accusa, ma il fango gettato su di essa alimentò dicerie, articoli, libri, e una leggenda nera che ancora oggi fatica ad essere completamente cancellata. Carlo Calvi, due mesi dopo la morte del padre, raccontò al Wall Street Journal (intervista immediatamente ripresa dai giornali di tutto il mondo) che pochi giorni prima di morire, suo padre si era recato a Londra per ricevere un aiuto economico da parte di membri dell’Opus Dei, una somma così cospicua da salvare il Banco Ambrosiano dalla bancarotta.

Nel dichiarare la notizia «completamente priva di fondamento», la Segreteria italiana dell’Opera snocciolò una serie di puntualizzazioni che solo chi è in malafede, o completamente digiuno del mondo ecclesiale, avrebbe potuto ignorare. E cioè: «Ancora una volta si precisa che i fini dell’Opus Dei sono esclusivamente spirituali»; che «è falso pertanto sostenere che l’Opus Dei abbia avuto parte alcuna in qualsiasi operazione economico-finanziaria»; e che «in particolare, nessuna persona per conto dell’Opus Dei ha mai intrattenuto alcuna trattativa del tipo descritto da Carlo Calvi nella sua intervista». In più, quasi come una preghiera finale, il comunicato stampa terminava così: «La Segreteria dell’Opus Dei [..] chiede alla stampa che, per correttezza e obiettività, si astenga dal dare credito a tale dichiarazione totalmente priva di fondamento».

«NON M’IMPORTA DELLE SMENTITE!»

Neanche per idea. La vedova di Roberto Calvi, Clara Canetti, rilasciò subito dopo alcune interviste – al quotidiano La Stampa, all’Espresso e in uno Speciale TV condotto da Enzo Biagi – nelle quali riprese e ampliò le affermazioni del figlio.

Che l’Opus Dei, in tempo reale, attraverso comunicati circostanziati e inattaccabili, smentisse ogni relazione con i fatti e i nomi citati, sembrava non interessare nessuno: a un Biagi che ricorda alla vedova Calvi che «l’Opus Dei ha smentito», si poteva assistere a rispostedi questo tenore: «Non me ne importa, non mi interessa affatto»(al minuto 22.05 di questo video è possibile ascoltare il passaggio). Visto l’ampio credito che certe dichiarazioni trovavano su una stampa eccitata e gongolante, l’allora Consigliere della Prelatura dell’Opus Dei per l’Italia, mons. Mario Lantini, scrisse una lettera in cui chiedeva di sapere su quali elementi si basassero le dichiarazioni di Clara Canetti. «La lettera, pervenuta nelle mani della signora Calvi, come attesta la sua firma apposta sulla ricevuta di ritorno, non ebbe mai alcuna risposta», così si legge nella sezione del sito dell’Opus Dei che questa ha voluto dedicare al “caso Calvi”.

Un commento dell’Osservatore Romano dell’8 ottobre 1982, significativamente intitolato “Per rispetto della verità”, dice molto sia dello stupore della Prelatura rispetto ad accuse, mai circostanziate, di giornali e tv, sia della difficoltà a trovare i “registri” giusti per respingere «tali enormità [..] da non poterne tacere». In un passaggio dell’Osservatore, ad esempio, si legge: «Il colmo, nell’intervista, è toccato quando si afferma che il Papa ricevette Roberto Calvi all’inizio di quest’anno e gli disse che “gli avrebbe affidato le finanze vaticane per rimetterle in sesto”. Con Roberto Calvi sembra morto anche il senso dei confini del verosimile».

SINDONA, GELLI, CALVI E OPUS DEI (FRULLATI BENE)

È innegabile che fu un certo contesto caliginoso a solleticare e a fare il gioco dei media: entrato come semplice impiegato nel Banco Ambrosiano (fondato dall’avvocato camuno Giuseppe Tovini, oggi beato), Roberto Calvi riuscì in pochissimo tempo a diventarne Presidente Era ormai uno degli uomini più potenti d’Italia. A ciò vanno aggiunte le sue amicizie con il faccendiere siciliano Michele Sindona, con il cardinale Paul Marcinkus (allora capo dello Ior) e con Licio Gelli (venerabile maestro della Loggia P2). Il “buco” di un miliardo e duecento milioni di dollari nel bilancio del Banco Ambrosiano, la fuga dall’Italia e la sua tragica fine, fecero il resto.

SE LO STORYTELLING NON REGGE ALLA BELLEZZA DELL’OPERA

Con Calvi trovato morto sotto un ponte (dal nome già di per sé inquietante: Blackfriars, “Frati neri”), riuscire a far condannare dall’opinione pubblica la realtà dell’Opus Dei (non importa se tirata in causa strumentalmente), per di più utilizzando lo storytelling di una Prelatura disegnata come “setta segreta”, per i media era un’operazione decisamente appetitosa. Ma non riuscì. E il perché è presto detto: l’Opus Dei è, appunto, “Opera di Dio”, e in quanto tale inattaccabile. Nata dall’intuizione del sacerdote spagnolo Josemaría Escrivá («santo dell’ordinario», come lo definì Giovanni Paolo II il giorno della sua canonizzazione), con i suoi 100.000 membri e innumerevoli simpatizzanti in ogni continente, l’Opus Dei è oggi una delle più solide e seducenti realtà ecclesiali.

A 40 anni dal fango piovuto sull’Opera, scherza e taglia corto Bruno Mastroianni, ex direttore dell’Ufficio Informazioni per l’Italia: «Mi pare che ormai in molti abbiano capito che l’Opera non fa altro che diffondere un messaggio di fede. Anche perché nell’epoca del web è difficile sostenere ancora sospetti di segretezza: di fronte a 4 siti ufficiali, canali di YouTube, presenza su Facebook, Twitter. Se uno si vuole davvero informare ha l’imbarazzo della scelta».

 


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