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Ratzinger e la liturgia
NEWS 29 Novembre 2017    

Ratzinger e la liturgia

di Rino  CAMMILLERI

Non sono pochi quelli che si chiedono se papa Benedetto XVI ri-riformerà la liturgia cattolica dando seguito alle riserve che, quand'era semplicemente il cardinal Ratzinger, aveva espresso a voce e per iscritto. Ora, poiché anch'io condivido tali riserve, quando ho deciso di esternarle nel mio blog «Antidoti» non è mancato chi mi ha fatto osservare che potrei impiegare più utilmente la penna per "combattere" contro il relativismo laicista anziché "rivolgere le armi" contro i "nostri". Il fatto è che proprio non mi va di difendere un cumulo di macerie, né di farmi infilzare per quelli che si consacrano allegramente a quell'«autodemolizione» che angosciava Paolo VI.
Quest'ultimo non aveva esitato neanche di fronte alla minaccia (tremenda per un papa) di uno scisma pur di «tendere la mano» ai «fratelli separati» protestanti, in un momento in cui il «dialogo» con questi ultimi pareva gravido di promesse. Per la prima volta dopo secoli un papa aveva sospeso a divinis un vescovo, Marcel Lefebvre, e fu l'unica occasione in cui quel papa «amletico» (come lo definiva la stam¬pa dell'epoca) usò il pugno di ferro, laddove per i vari «fratel mitra» e preti e teologi favorevoli (allora) al divorzio c'erano accorati richiami paterni (se ci siano stati retroscena diver¬si, non lo so; posso solo testimoniare quel che percepiva il fedele medio).
Un cambiamento su cui si contava molto concerneva pro¬prio la messa, avvicinata quanto più possibile alle funzioni protestanti, quelle in cui il clou è il «sermone» e per il resto si canta; all'uscita, i fedeli si complimentano col pastore per la bella orazione. A più di quarant'anni di distanza si può di¬re, riguardo al «nuovo rito», che queste ragioni (certo, non le sole, ma senz'altro le più importanti) della sua introduzio¬ne ancora sussistano? L'«unione delle Chiese» non c'è sta¬ta e, anzi, proprio quelle che sembravano più «vicine» hanno vieppiù allargato la distanza. Infine, l'attuale liturgia cattoli¬ca era ed è la meno adatta per colmare il fossato con gli or¬todossi. Le denominazioni protestanti «storiche» ormai non si sa bene chi rappresentino, i loro templi sono mezzo vuo¬ti e i loro ex fedeli sono diventati in gran numero penteco¬stali; sembra valere a questo punto per la galassia "riforma¬ta" il problema posto da quella islamica: non si sa con chi «dialogare».
Ma c'è chi ancora esalta le funzioni liturgiche cattoliche per¬ché avrebbero messo «al centro» la Parola di Dio. Si ha in¬vece l'impressione che abbiano messo al centro il prete, ed è forse questo il motivo dell'attaccamento. Ci sono infatti messe in cui ogni passaggio, anche minimo, è accompagnato da mini-omelie del celebrante, che così finisce col seppellire di chiacchiere l'intera funzione. Almeno si usasse questa alluvione di parole per informare sui fondamenti del-la fede. Invece, basta un Codice Da Vinci qualsiasi per far sorgere in venticinque milioni di cristiani il dubbio che Cristo non sia affatto risorto e, per giunta, abbia figliato con la Maddalena.
Una stantia obiezione riguardo alla lingua ripete che con il latino non si capiva niente. Il successo planetario del film di Mel Gibson, in aramaico, dimostra la fatuità dell'obiezio¬ne suddetta. Le altri grandi religioni si guardano bene dal rinunciare alle loro «lingue sacre», l'ebraismo e l'arabo. Invece, la fame di latino in Occidente, e tra i ragazzini, porta il nome di Harry Potter, che dobbiamo ringraziare per un rilancio della lingua «morta» partito da dove meno ce lo si sarebbe aspettato (e c'è qualcosa di evangelico in questo plauso di fanciulli, vox puerorum).
Ho l'età per ricordare, sul finire degli anni Settanta, un vecchio e malatissimo sacerdote che si faceva sorreggere per dir messa; una volta, mentre distribuiva la comunione, un'ostia gli cadde dalle mani tremanti e finì per terra.
D'istinto, il fedele primo nella fila fece per chinarsi ma fu fermato da un gesto perentorio del prete, il quale penosissimamente raccolse lui l'ostia. Già: solo mani consacrate potevano toccarla. Oggi, alla fine della fila non di rado ci trovate a comunicarvi un pensionato in jeans e giubbotto, mentre il prete se ne sta, magari, tranquillamente seduto a guardare.
L'ultimo libro (i successivi sono raccolte) del cardo Ratzinger prima di diventare papa si intitola significativamente Lo spirito della liturgia. Da buon teologo tedesco conosce meglio di tutti il mondo protestante e certamente non gli sarà sfuggito il flop dell'«apertura» liturgica nei suoi confronti. Non solo, ma da uomo coltissimo qual è, senz'altro sa quanti artisti e intellettuali atei nella storia (un nome per tutti: Joris Karl Huysmans, caposcuola del decadentismo letterario) si sono avvicinati al cristianesimo attratti dalla bellezza della liturgia cattolica. Non credo, comunque, che farà alcunché d'autoritario. Magari userà, come il predecessore, il mezzo mediatico. Infatti, la prima cerimonia ufficiale di Benedetto XVI l'abbiamo vista in mondovisione: latino e gregoriano al massimo sfarzo, e un possente Bach come finale.
Nel suo stemma ha tolto il Triregno e messo la conchiglia di S. Agostino: umiltà politica e, soprattutto, teologica (con quella conchiglia un angelo cercava di travasare il mare in un buco nella sabbia, mostrando ad Agostino – che riflette¬va sul mistero della Trinità – l'inanità del suo sforzo esclu¬sivamente intellettuale). Gli osservatori si chiedevano se il nuovo papa avrebbe imitato Wojtyla nella politica dei «gesti». Ebbene, eccone due.
Certo, la mia è una personale posizione, che non coinvolge la rivista che mi ospita. Ed è una posizione che solo i superficiali potranno etichettare come «Iefebvriana», perché è dettata solo ed esclusivamente da amore per la bellezza e la serietà. Resto convinto che il rigore paga; che il confuso desiderio di sacro oggi prevalente non si appaga appiattendosi sul pop; che il «rilancio» di realtà religiose afflosciatesi è stato ottenuto dai Santi riformatori con un ritorno integrale alla regola e allo spirito dei Fondatori, non con un ulteriore sbracamento; che per invogliare all'ingresso in un palazzo rinascimentale basta restaurarlo, cioè ripristinarne l'originaria bellezza: nessuno sano di mente lo raderebbe al suolo per sostituirlo con una struttura in cemento e alluminio che, secondo lui, sarebbe più «adatta ai tempi».

L TIMONE – Gennaio 2006 (pag. 20 -21)