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NEWS 13 Giugno 2022    di Redazione

«Referendum sulla giustizia, il fallimento è di tutta una legislatura»

I referendum sulla giustizia sono stati un flop, dato che è mancato il quorum per tutti e cinque quesiti. Di più: non ci si è andati neppure lontanamente vicino, considerando che l’affluenza definitiva ai referendum, alla fine, è risultata di poco superiore al 20,9%. Anche alle concomitanti elezioni comunali l’affluenza è stata scarsa, ma è indubbio come il tonfo referendario sia la vera notizia, dal momento che è risultato più ampio del previsto e in una misura non spiegabile neppure con il fatto che, comunque, erano stati fissati in un fine settimana che, con la chiusura delle scuole, ha visto molte famiglie partire per le prime vacanze.

Per il Centro Studi Livatino, quello che si è verificato va quindi letto come il fallimento «di una intera legislatura: partita dalla manipolazione della prescrizione, proseguita con l’introduzione di istituti dagli effetti devastanti, quale l’improcedibilità in appello e in cassazione, e con destinazioni dei fondi Pnrr provvisorie e inutili, come l’ufficio per il processo, senza affrontare direttamente uno solo dei problemi emersi dal c.d. ‘caso Palamara’». Le urne disertate rappresentano quindi solo l’ultima tappa di una legislatura che sui temi nella giustizia avrebbe potuto fare molto e invece ha fatto poco e male.

Sempre secondo la nota diffusa dal Centro Studi Livatino, ora «il senso di responsabilità impone alle forze politiche, all’indomani di questa manifestazione di sfiducia dell’elettorato, di individuare i veri nodi della questione giustizia in Italia e, al di là delle divisioni, di assumere l’impegno perché la prossima legislatura sia dedicata ad affrontarli e a risolverli». Insomma, dopo cinque anni perduti, è il caso di impegnarsi in modo serio affinché non lo siano anche i prossimi, dato che di fatto ora ogni intervento migliorativo in materia giustizia è inattuabile anche solo perché la legislatura volge al termine.

D’accordo, ma dove si dovrà intervenire? «Bisogna puntare», secondo il Livatino, «oltre che a una vera e formale separazione delle carriere, che comunque ha bisogno di una modifica costituzionale, a estrapolare il giudizio disciplinare dal Csm, per affidarlo a un giudice non elettivo, ad adeguare gli organici di magistrati e personale di cancelleria, elevando l’attuale media della metà rispetto agli organici degli altri Paesi Ue, a rivedere i meccanismi di ingresso nella funzione e di progressione in carriera, e quindi a cambiare le modalità del concorso e della nomina dei capi degli uffici». Il lavoro da fare è dunque molto. Speriamo le forze politiche siano in grado di farsene carico.


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