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NEWS 26 Febbraio 2021    di Giuliano Guzzo

“Roe v Wade”, in arrivo film verità sull’aborto negli Usa

Su Amazon Prime e iTunes arriverà ad aprile, ma verrà presentato in anteprima domenica, alla Conservative Political Action Conference e, in ogni caso, sta già facendo parlare di sé. Si tratta di Roe v Wade, il nuovo film che racconta la storia della legalizzazione dell’aborto procurato negli Stati Uniti, avvenuta in seguito ad una storica sentenza della Corte Suprema – relativa, appunto, al caso Roe v Wade – nel 1973. Costato poco meno di 7 milioni di dollari e con anche star di peso – un nome su tutti, il premio Oscar Jon Voight -, c’è infatti da scommettere che la pellicola non passerà inosservata.

Il regista Nick Loeb

Anzitutto per il tema – delicato e controverso – che tratta, e poi per il taglio che verrà dato alla narrazione. Rispetto a questo, il regista Nick Loeb, ha in più occasioni assicurato che il film parla «delle battaglie dei movimenti per i diritti delle donne contro il movimento pro life».  «È un film di un conflitto sociale», ha aggiunto Loeb, «in cui diamo voce ad entrambe le posizioni, lasciano che sia poi il pubblico a farsi un’idea».

Un secondo elemento che porta a ritenere improbabile che Roe v Wade possa passare inosservato è il fatto che, verosimilmente, se non pro life il film non sarà certamente abortista. A suggerirlo, più cose. Tanto per cominciare la scelta di coinvolgere una star come il citato Jon Voight, di note simpatie repubblicane. In secondo luogo, poi c’è appunto il tema: come si è giunti alla legalizzazione dell’aborto. Sappiamo infatti che, se da un lato certo cinema progressista ben volentieri oggi si occupa del tema della cosiddetta interruzione volontaria di gravidanza – quasi sempre per sminuirne la gravità -, dall’altro la legalizzazione di tale pratica difficilmente viene raccontata sotto una luce critica.

Ebbene in questo film – altro aspetto di rilievo – si parla pure di una figura emblematica dell’aborto negli Usa, il dottor Bernard Nathanson, un medico che prima di divenire militante pro life operò, per anni, come esponente di punta dell’abortismo. Fu infatti il direttore del Centro per la salute sessuale e riproduttiva di New York ove, tra il febbraio 1972 e il settembre 1973, furono effettuati 60.000 aborti. Lo stesso Nathanson, che in gioventù arrivò a praticare un aborto su una donna che aveva messo incinta, effettuò privatamente circa altri 15.000 altri aborti, dichiarandosi quindi «responsabile in tutto di circa 75.000 aborti».

Un vero e proprio simbolo dell’abortismo a stelle e strisce, dunque, che però poi cambiò idea, non solo diventando pro life ma svelando le tattiche usate dal fronte abortista americano, per esempio a proposito della manipolazione dei media: «Cominciammo convincendo i mass media che quella per la liberalizzazione dell’aborto era una battaglia liberale, progressista ed intellettualmente raffinata». Ecco, non occorre un indovino per capire come solo presentare sullo schermo una figura come Nathanson costituisca una scelta inevitabilmente forte e, di certo, non abortista.

Inoltre, c’è un altro aspetto messo in luce con discrezione sempre da Loeb, ed è relativo al fatto che uno degli attori, girando il film, sarebbe diventato pro life. Non è dato al momento capire di chi si tratti, non è neppure detto che lo sapremo mai. Se però questo film ha davvero fatto cambiare idea a chi ne ha preso parte, è difficile non farsi raggiungere da un dubbio: e se facesse cambiare idea anche gli spettatori? Se portasse un bel po’ di consenso e forza in più alla causa per la vita? Sarebbe decisamente qualcosa di bello. Non resta quindi che aspettare, sperando che possa essere per tutti – e magari anche per il pubblico italiano – una buona visione.


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