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NEWS 23 settembre 2020    di Giulia Tanel

Rosario Livatino parla ancora oggi alla magistratura italiana in crisi

È stata celebrata lunedì, 21 settembre, a Roma, una Santa Messa presieduta dal cardinal Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, con anche Mons. Stefano Russo e numerosi altri direttori della Cei, in occasione dei trent’anni dalla morte di Rosario Livatino, magistrato siciliano ucciso dalla mafia che incarnò una fertile unione tra vita di fede e diritto.

Per l’occasione, Il Timone ha contattato Alfredo Mantovano (foto a lato), magistrato e vice-presidente del Centro Studi Rosario Livatinoper uno scambio di battute attorno alla figura di Livatino e alla crisi attuale della magistratura italiana.

Magistrato, a 30 anni dalla morte di Rosario Livatino, cosa insegna questa figura alla magistratura italiana di oggi, la cui crisi emerge anche dal cosiddetto “caso Palamara” di cui leggiamo sui media anche in questi giorni?

«Il “caso Palamara” in realtà non riguarda un singolo magistrato oggi indagato, bensì un sistema. Non c’era bisogno del c.d. caso Palamara per constatare che un posto direttivo in magistratura segue con frequenza logiche di assegnazione simili a quelle di un direttore generale della Rai, che a parità di merito chi non è incardinato in una corrente è penalizzato rispetto a chi ne fa parte, che le spartizioni più serrate sono quelle per i posti di Procuratore della Repubblica, a causa del potere che ciascuno di essi esercita allorché dispone della polizia giudiziaria. Ma vi è una questione più importante: fare il giudice è sempre stato un mestiere complicato e difficile. Nessun magistrato, pur se con decenni di lavoro alle spalle e diversità di funzioni svolte, può ritenersi onestamente e fino in fondo capace. Servono preparazione, competenza, esperienza, umiltà, senso della realtà, voglia di lavorare. L’attuale modalità di accesso alla funzione e di successiva progressione è un mix fra una buona preparazione teorica – quella che serve a superare il concorso -, un solido aggancio correntizio – quello che serve per fare carriera -, e l’altrettanto solida convinzione, autorevolmente teorizzata, che spetta alla giurisdizione definire e imporre coi suoi provvedimenti il nuovo quadro dei valori costituzionalmente e convenzionalmente orientati. È questo il terreno di riflessione».

Oggigiorno la magistratura, con sempre maggiore frequenza, si interessa di temi etici: un’entrata a gamba tesa?

«All’atto dell’insediamento, il neo eletto presidente della Corte costituzionale, Mario Morelli, ha confermato che punterà a far emergere “nuovi diritti”, che “dobbiamo far rispettare” perché “sono richiesti dalla coscienza sociale”. A proposito della identificazione di questa “classe di diritti”, egli ha aggiunto che “la Corte (costituzionale) deve saper leggere la coscienza sociale, e se vede emergere un diritto deve inserirlo subito tra quelli inviolabili da tutelare. A me è capitato con la madre intenzionale, o ancora con il cambio di sesso durante il matrimonio”. Così è accaduto anche con la riscrittura del codice penale sull’aiuto al suicidio con l’ammissibilità della fecondazione di tipo eterologo. Tanti Giudici, di merito e anche di legittimità, hanno “creato” nuovi istituti, come la stepchild adoption. Lo fanno non di nascosto, ma rivendicando un ruolo di presunta supplenza rispetto a un Parlamento che non provvederebbe, per lo meno non secondo la loro impostazione ideologica. Questa deriva va fermata, riflettendo seriamente sul ruolo del giudice. In quest’ottica l’insegnamento di Rosario Livatino è attualissimo. In una conferenza tenuta a Canicattì, il 7 aprile del 1984, egli osservava come “si è affermato, a partire della metà degli anni ’60, che il magistrato possa e debba interpretare la norma scegliendo il significato che, a suo giudizio, meglio asseconda le trasformazioni della società. In realtà, il compito del magistrato è e rimane quello di applicare le leggi che la società si dà attraverso le proprie istituzioni. Il giudice non può e non deve essere un protagonista occulto dei cambiamenti sociali e politici”».

Rimanendo sulla figura di Livatino, nella sua omelia di lunedì il card. Bassetti ha parlato della sua «dedizione al servizio», svolto «con semplicità e umanità». È ancora possibile oggi una giustizia che cammini di pari passo con la carità?

«Lascio rispondere a Livatino, il quale osservava come Gesù affermi che “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità, che è la legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana; e forse può in esso rinvenirsi un possibile ulteriore significato: la legge, pur nella sua oggettiva identità e nella sua autonoma finalizzazione, è fatta per l’uomo e non l’uomo per la legge, per cui la stessa interpretazione e la stessa applicazione della legge vanno operate col suo spirito e non in quei termini formali”».


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