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NEWS 6 agosto 2018    di Ermes Dovico
San Leone Magno ci illumina sulla Trasfigurazione

La Chiesa celebra oggi la Trasfigurazione del Signore, uno dei più noti episodi della vita di Gesù, descritto dai Vangeli sinottici (Mt 17, 1-9; Mc 9, 2-10; Lc 9, 28-36) e avvenuto su un monte identificato tradizionalmente con il Tabor, in Galilea, sul quale sorge una basilica a ricordo dell’evento. La celebrazione liturgica si diffuse prima in Oriente e poi in Occidente, dove fu elevata al grado di festa ed estesa alla Chiesa universale da papa Callisto III come ringraziamento per la vittoria ottenuta sui Turchi a Belgrado nel 1456, quando a guidare le forze cristiane furono il condottiero ungherese Giovanni Hunyadi e san Giovanni da Capestrano.

Un altro pontefice, san Giovanni Paolo II, introducendo nella recita del Rosario i misteri della luce (lettera apostolica Rosarium Virginis Mariae), ha inserito tra essi anche la Trasfigurazione, di cui furono testimoni i tre apostoli più intimi di Gesù: il suo vicario in terra, Pietro, e i due fratelli Giacomo e Giovanni, da Lui soprannominati Boanèrghes, «figli del tuono». Fu davanti a loro che Gesù si trasfigurò e il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce (Mt 17, 2). Ma che cosa ci insegna la Trasfigurazione? Lasciamo la parola a un papa e dottore della Chiesa, san Leone Magno (c. 390-461), che in un suo sermone ha tratto un bell’insegnamento da questo ineffabile mistero.

Dalla croce alla gloria

«Animato dalla rivelazione dei misteri e preso dal disprezzo e dal disgusto delle terrene cose, l’apostolo Pietro era come rapito in estasi nel desiderio di quelle eterne e, ripieno del gaudio di tutta quella visione, desiderava abitare con Gesù là dove la di Lui gloria si era manifestata, costituendo la sua gioia. Ecco perché disse: Signore, è bello per noi stare qui; se vuoi facciamo qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia (Mt 17, 4). Ma il Signore non rispose a tale suggerimento, certo non per mostrare che quel desiderio era cattivo, bensì per significare che era fuori posto, non potendo il mondo essere salvato senza la morte di Cristo; così, l’esempio del Signore invitava la fede dei credenti a capire che, senza alcun dubbio nei confronti della felicità promessa, dobbiamo nondimeno, in mezzo alle prove di questa vita, chiedere la pazienza prima della gloria; la felicità del Regno non può, infatti, precedere il tempo della sofferenza».

La nube luminosa, il Padre e il Figlio

Continua san Leone: «Ed ecco che, mentre ancora parlava, una nube luminosa li avvolse e una voce dalla nube diceva: Questi è il mio Figlio diletto di cui mi sono compiaciuto, ascoltatelo (Mt 17, 5). Il Padre, senza alcun dubbio, era presente nel Figlio e, in quella luce che il Signore aveva smisuratamente mostrato ai discepoli, l’essenza di Colui che genera non era separata dall’Unigenito generato, ma, per evidenziare la proprietà di ciascuna Persona, la voce uscita dalla nube annunciò il Padre alle orecchie, così come lo splendore diffuso dal corpo rivelò il Figlio agli occhi. All’udire la voce, i discepoli caddero bocconi, molto spaventati, tremando non solo davanti alla maestà del Padre, ma anche davanti a quella del Figlio: per un moto di più profonda intelligenza, infatti, essi compresero che unica era la divinità di entrambi; e poiché non vi era esitazione nella fede non vi fu discrezione nel timore. Questa divina testimonianza fu dunque ampia e molteplice».


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