venerdì 17 settembre 2021
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NEWS 3 settembre 2021    di Giuliano Guzzo

San Marino, referendum per legalizzare l’aborto

Un appuntamento davvero grande per uno Stato davvero piccolo. Si potrebbe definire così il referendum popolare cui, il prossimo 26 settembre, saranno chiamati i cittadini della Repubblica di San Marino per pronunciarsi su una questione eticamente gigantesca, e cioè se procedere o meno verso la legalizzazione dell’aborto. Anche se non tutti lo sanno, infatti, la Repubblica in questione, con i suoi 33.000 abitanti –  è insieme solo più a Malta, Gibilterra, Andorra e Città del Vaticano – uno Stato in cui la soppressione prenatale non è consentita.

Questo perché a San Marino vige ancora, in materia, una legislazione confermata in epoca fascista e di nuovo poi nel 1974, ma originaria del 1865. Nelle prossime settimane le cose potrebbero però cambiare dopo che l’Uds, acronimo che sta per Unione donne sammarinesi – un gruppo femminista degli anni ‘70 che si è ricostituito – per indire l’appuntamento referendario del prossimo 26 settembre ha raccolto 3.000 firme: tre volte tante le 1.000 necessarie.

Inutile dire quali siano gli argomenti addotti dai favorevoli alla legalizzazione dell’aborto procurato, e cioè sempre gli stessi: la necessità di non essere più «fanalino di coda» d’Europa, il riconoscimento dell’autodeterminazione della donna, il progresso civile, eccetera. A ciò, l’Uds e altri che ne sposano la linea, aggiungono anche l’argomento economico, consistente nei 1.500 euro circa che le donne di San Marino debbono sborsare quando vanno ad abortire in Emilia Romagna, dal cui sistema sanitario regionale evidentemente non sono coperte, essendo cittadine di uno Stato estero, per quanto confinante.

Anche quest’ultimo argomento, però, non è particolarmente originale se si pensa a quanto le femministe degli anni ’70 dicevano prima che l’aborto, in Italia, fosse reso legale, e cioè che le donne facoltose potevano comunque abortire volando all’estero in qualche clinica mentre le altre dovevano, per arrestare prematuramente la loro gravidanza, affidarsi alle mammane. Insomma, nel 2021 la piccola Repubblica di San Marino sta rivivendo ciò che all’Italia, così come agli Usa e al Regno Unito, è toccato decenni or sono; chiaramente, l’auspicio è che le cose in questo caso possano andare diversamente.

Tra gli oppositori della legalizzazione dell’aborto nel piccolo Stato, in prima linea, troviamo un sacerdote battagliero, don Gabriele Mangiarotti, sacerdote nella diocesi San Marino- Montefeltro e direttore del sito Cultura Cattolica. Il Timone lo ha contattato, chiedendogli conto di come si stiano muovendo i pro life in vista del referendum. «Il fronte contrario alla legalizzazione dell’aborto sta conducendo la sua battaglia con determinazione», spiega don Mangiarotti, il quale sottolinea come «i preti» abbiano «mandato come ogni settimana un depliant in tutte le parrocchie spiegando sia con posizioni laiche sia con argomentazioni religiose la difesa della vita. Quindi il vicariato e tutti i preti di San Marino si sono mossi»

Sbaglierebbe però chi pensasse che solo il clero stia facendo la sua parte. «Si sono anche mosse tutte le associazioni laicali e cattoliche», sottolinea infatti il direttore di Cultura Cattolica, «hanno fatto una festa della vita, che è stata molto bella con anche quattro testimonianze di persone i cui figli abbiamo aiutato a nascere nonostante le difficoltà che avevano. C’è dunque un movimento buono». Questo per quanto riguarda la mobilitazione pro life.

Quando poi a don Gabriele si chiede come si stiano organizzando i fronti in campo, si ottiene la conferma di quello che si diceva poc’anzi, e cioè di una polarizzazione dello scontro già vista in Italia negli anni ’70: «Noi proclamiamo il valore della vita e del concepito. I sostenitori e promotori del referendum, invece, stanno facendo soltanto una battaglia sull’autodeterminazione della donna, cancellando completamente il volto del nascituro». Un déjà vu da manuale, insomma. Che riguarda anche la scelta comunicativa del fronte abortista. «Sì sì», commenta don Mangiarotti, «ripetono sempre gli stessi slogan, e le stesse cose». Come finirà, quindi il 26 settembre?

Su questo, comprensibilmente, il direttore di Cultura Cattolica preferisce non sbilanciarsi. Dopo averlo ascoltato, però, si ha la sensazione che una battaglia sia in corso e sia aperta. I grandi media, infatti, parlano poco di questo referendum o, quando ne parlano, lo presentano come qualcosa di già vinto. E forse, fino a pochi mesi fa, le cose potevano essere davvero in questi termini. La convinta mobilitazione di clero e associazionismo cattolico, però, pare aver guastato i piani. E chissà che il 26 settembre non ci scappi un’inattesa vittoria per chi ha a cuore i diritti del concepito, oltre che quelli di sua madre. Sarebbe una vittoria, letteralmente, di vitale importanza.


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