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NEWS 11 agosto 2014    
Sembra un film, era la realtà . Un gesuita ricorda la sua vita clandestina in Cecoslovacchia

di padre Peter Zahoránsky SJ

Sono nato nel 1950 in una famiglia profondamente credente. In quello stesso anno, lo Stato abolì tutti gli ordini religiosi in Cecoslovacchia. I loro membri furono internati nei campi di lavoro e più tardi molti di loro, insieme a tanti laici cattolici, furono condannati a lunghe detenzioni in carcere e qualcuno anche a morte. Un mio zio medico, Silvester Krcméry, fu condannato a quattordici anni di prigione perché organizzava attività di apostolato tra i laici e mio padre passò tre anni in carcere per la sua testimonianza di cattolico tra gli operai.

Negli anni Sessanta in Cecoslovacchia si verificò una certa distensione della politica antireligiosa e alcuni condannati furono riabilitati. Grazie a questo clima, potei essere ammesso alla facoltà di Medicina. Già durante il liceo, anche io facevo apostolato nei limiti del possibile. Tutto si svolgeva in modo discreto: esisteva perfino una barzelletta in proposito: «Si possono riconoscere i cattolici perché vanno in gruppo e fingono di essere poco visibili».

Ci incontravamo in appartamenti, spesso cambiavamo luoghi di incontro e costituivamo solo piccoli gruppi. Lo Stato non tollerava nessuna struttura che aiutasse la crescita religiosa della gente e nello stesso tempo confinava la fede a una dimensione rigorosamente privata.

Già in quel periodo sentii una certa spinta alla vocazione spirituale, ma cercavo di respingerla. Solo alla fine degli studi di medicina chiesi al mio padre spirituale, il gesuita e vescovo clandestino Ján Chryzostom Korec, di essere accolto tra i gesuiti, perché sapevo che, anche se ufficialmente soppressi, continuavano a operare. Egli, in modo secco, mi disse: «Prega, e se non cambierai idea entro un anno, chiedimelo di nuovo». Non cambiai idea e fui accettato.

Dopo la laurea, iniziai a lavorare in un ospedale di una città diversa da quella dei miei genitori, così che nessuno potesse intuire che studiavo clandestinamente. Ciascuno di noi gesuiti in formazione abitava da solo. Mentre lavoravamo abbiamo studiato i «samizdaty» (testi di letteratura teologica, filosofica, religiosa e spirituale, diffusi di nascosto) e opere di letteratura straniera procurate illegalmente. Seguivamo le lezioni che ci faceva una volta al mese padre Emil Krapka o un altro gesuita. La Compagnia garantiva la formazione gesuitica, di cui era responsabile padre Karol Durcek. Ci incontravamo circa una volta al mese, sempre in un appartamento diverso, e discutevamo i testi studiati.

Anche l’ordinazione sacerdotale fu rigorosamente clandestina: in una chiesa chiusa al pubblico, ci trovammo solo noi candidati all’ordinazione (eravamo quattro), padre Durcek, come testimone per conto della Compagnia di Gesù, e il vescovo clandestino Peter Dubovský. Nessuno doveva essere a conoscenza dell’ordinazione, neppure i nostri genitori i quali restarono a lungo ignari del fatto che eravamo religiosi.

Per due anni ho celebrato la Messa da solo e di nascosto nel mio appartamento. Trascorso quel periodo, durante il quale la notizia è rimasta segreta, ho potuto iniziare a operare clandestinamente come sacerdote: dirigere gli esercizi spirituali, confessare e guidare spiritualmente alcune persone, ma sempre fuori dal mio luogo di abitazione e con un nome falso (per gli altri ero padre Edo). Nessuno doveva sapere da dove venissi.

È stato commovente il momento in cui ho potuto dire ai miei genitori che ero sacerdote e gesuita. Un anno, alla vigilia di Natale, mentre si chiedevano dove andare alla Messa di mezzanotte, risposi loro: «Non dobbiamo andare da nessuna parte». «Perché? Verrà qualche sacerdote?», domandarono. «No - dissi -, io sono sacerdote e possiamo celebrare qui!». Entrambi piansero per la gioia. Allora mio padre mi rivelò che, da quando si erano sposati, lui e mia madre avevano sempre pregato per avere un figlio sacerdote». Mi commossi anch’io. Eravamo cinque fratelli e sorelle e io ero l’unico non ancora sposato, ma non avevano intuito.

Ho vissuto la mia doppia vita fino alla «Rivoluzione di velluto» nel 1989, quando con la democrazia è rinata anche l’attività pubblica degli ordini religiosi. Lasciai il lavoro di radiologo, che amavo molto, per poter servire in senso pieno come sacerdote. E non fu facile, non soltanto perché amavo molto la medicina, ma in particolare perché non avevo mai fatto esperienza in pubblico come sacerdote. Il Signore però mi ha dato la forza.

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