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NEWS 23 agosto 2014    
Solo un ingenuo puà pensare al caso: una mano divina ha plasmato il cane, l’uomo e la loro misteriosa amicizia

di Maurizio Blondet

In un giardino di Milano giocano un pastore tedesco e un bracco. Ancora una volta mi stupisce la capacità espressiva dei cani. Per chiunque guardi è chiarissimo quello che si comunicano con il corpo e la coda. Si dicono: fingo di aggredirti, ma sto scherzando. «Sto scherzando». Quale altro animale è capace di una simile presa di distanza dal suo comportamento, di ironia? Per significare ironia adottano un linguaggio corporeo infantile: per esempio, mentre fingono di attaccare dimenano la coda, anzi non solo la coda ma tutto il posteriore, come fanno i cuccioli; ed è ovvio, benché inaudito: il cane è il solo animale – con l'uomo – a mantenere per sempre caratteri infantili, è quella qualità che gli scienziati chiamano «neotenia».

Nei due giocosi sul prato, l’adozione di gesti infantili é in qualche modo convenzionale, buffamente esagerata, e tuttavia caninamente aperta. Il cane è anche il solo animale che possa fingere, ma non dissimulare. Non può fingersi calmo quando è arrabbiato o spaventato e sta davvero per aggredire. Questo è impossibile alla sua leale natura. O forse è «troppo» espressivo per questo.

Chissà quanti etologi e zoologi avranno già risposto alle domande che mi pongo, io parlo solo da ammiratore, da amico del nostro più antico amico. Mi chiedo: è forse la partecipazione alla vita umana, dalla notte dei tempi, ad aver reso così espressivo il cane? Così capace di avere uno sguardo, di parlare con gli occhi, con le orecchie, con la lingua? O siamo noi che, per lunghissimo commercio, abbiamo imparato a diventare espressivi come i canidi?

Forse il cane e l’uomo si sono educati a vicenda. Non posso vietarmi di pensare che tra le nostre due razze esista fin da principio, in qualche modo misteriosamente precostituita, un’affinità profondissima. Più essenziale di quella che dovrebbe unirci ai primati, alle scimmie, che i darwinisti asseriscono essere nostri progenitori, o nostri cugini, provenienti da un antenato comune.

È impossibile non sentire che l'uomo e il cane appartengono alla stessa famiglia, e per legami assai più decisivi di quelli genetici. Credo di sapere in che cosa consista questa affinità: è l’etica del gruppo di caccia o di guerra. Prima ancora che si addomesticassero l’un l’altro, ne sono convinto, la muta quadrupede e quella dei giovani maschi dell’uomo hanno cacciato insieme. A prudente, diffidente distanza, i canidi avranno seguito o preceduto il branco dei bipedi, cooperando con loro: gli avranno segnalato, con la loro prodigiosa espressività, la preda nascosta; avranno «puntato»; avranno battuto in gruppo, come la muta selvaggia fa spontaneamente allo scopo di spingere la preda a tiro delle armi, per poi – come fanno gli sciacalli – aspettare i resti del banchetto. Caduto il buio, devono essersi disposti, sempre a prudente distanza, attorno all'accampamento dei maschi umani. Sempre all’erta, pronti ad uscire dal loro sonno leggero al primo rumore, al primo segno che la caccia riprendeva. Lorenz sostiene che quell’allerta canina deve aver consentito agli umani i primi sonni non da fiera, non interrotti, i profondi riposi che esige la nostra faticosa vita interiore.

Ne sono certo. Lo so con una certezza – così fondamentale che è difficile esprimerla – che trovo in me, e che di certo è in ogni maschio umano, memoria di quella preistoria cacciatrice. Mi provo a spiegare: è il sapere, in ogni gruppo umano, persino nel mio innocuo posto di lavoro, chi sono gli uomini a cui – in caso di emergenza, di catastrofe – obbedirò spontaneamente. So, e ciascuno di noi sa, identificare quegli uomini, i responsabili. Non importa il loro grado, so che mi metterò ai loro ordini, e non di quelli che hanno il grado gerarchico ufficiale. In guerra, in un piccolo gruppo impegnato in combattimento, questo avviene ogni volta: senza consultarsi, la squadra dei compagni uniti dalla morte «sa» a chi di loro affidarsi nei momenti disperati. Nella muta canina accade lo stesso. Il capo del branco non è il despota, il sequestratore di tutte le femmine, ma il responsabile. È il comandante di cui ci si mette «agli ordini». Fra altri animali, la sudditanza può essere l’esposizione crudele all’abuso; nella muta canina, suscita una cooperazione attiva e (bisogna dire la parola) intelligente, da cui nasce la nobile gerarchia che è propria del gruppo – il gruppo tattico – dei cacciatori umani: quella infatti da cui nacque l'aristocrazia, fondata sui valori della lealtà, della sincerità, dell'amicizia. Parlo dell'amicizia fra uomini, esperienza fondamentale connessa alla guerra, la luce nel suo sangue e nel suo fango.

La lealtà, la prima virtù militare, ha fatto simili uomo e cane prima che la vita li unisse. Poi, l’uomo ha imparato la slealtà. Gran parte della modernità (si pensi all'ideologia leninista) non è che valorizzazione della slealtà in ogni aspetto della vita associata. Il cane si mantiene fedele ai vecchi valori che ne hanno fatto il primo compagno d’arme dell'uomo. Non può fare a meno di quei valori, la sua intelligenza non sa rinunciarvi: por questo i regimi comunisti vietarono il possesso di cani, perché nessuno avesse accanto – contro l’arbitrio onnipotente del potere, le irruzioni notturne della polizia, lo sleale cogliere nel sonno con false accuse – un amico incondizionato, pronto a morire per lui.


UN'AFFINITA' NON ZOO-GENETICA, MA «SPIRITUALE»


Vorrei dirla tutta: la vista di due cani che giocano e che, ormai urbanizzati, simulano per piacere il gioco mortale della guerra che condussero con noi, sagaci alleati tattici, nella notte dei tempi, conferma la mia incredulità verso il darwinismo. Le diversità morfologiche, l’interfertilità intraspecifica, la divaricazione dei codici genetici su cui puntano il dito gli evoluzionisti per negare la nostra affinità col cane, non sono i fattori decisivi. Personalmente, mi pare più autenticamente «scientifico» il mito romano, che fa i capostipiti «figli di una lupa»: siamo figli dei cani, o il cane è nostro figlio, o almeno fratello, più di qualunque scimmia. L'affinità decisiva non è quella zoo-genetica, ma qualcosa che é obbligatorio chiamare «spirituale»: l’adesione agli stessi valori di lealtà (in loro innata), la disponibilità al gioco, culturale – apprendimento, esperienza condivisa – e perfino «politica».

Politica? È così. Le scimmie, i nostri presunti ascendenti o collaterali sono «particolaristi». Non legano con altre razze, non s’alleano con loro, non hanno mai collaborato con l'uomo né con alcun’altra specie. Soprattutto, non possiedono la prodigiosa plasticità esistenziale del cane. Arboricoli specializzati loro, e noi (coi nostri cani) animali da steppa e da corsa; loro confinati a un solo ambiente, fuori dai Tropici s’ammalano e muoiono; il cane ci ha seguito nei ghiacci artici e nelle steppe afose, nelle città e nei mari. Nessun animale è capace di tanta plasticità morfologica per servire agli innumerevoli scopi cui l’uomo l’ha adibito: felini e bovidi non subiranno mai la varietà di forme che distingue un dobermann dal bassotto, il volpino dal chihuaua, il pastore bergamasco dall’husky da slitta. Sono convinto che anche questa plasticità anatomica ha una causa «spirituale»: è un aspetto, e non il meno straordinario, del cordiale, amichevole «voler servire» canino. È anche il segno di una superiorità che volentieri ci attribuiamo come esclusiva: l’esser meno determinati dal dato naturale, meno condizionati dall’ambiente. L’umanizzazione degli ambienti selvaggi fa morire, addirittura impazzire, i più forti e aggressivi animali da preda; i bisonti americani non riuscivano a condividere i pascoli con le mucche, il tintinnio dei campanacci li metteva in frenesia. Il cane ci segue nel fragore dei motori, e (a orecchie basse) sul lettino del veterinario; sopporta per noi odori chimici atroci, che ogni leone fuggirebbe. Non nato per l’acqua, l’uomo possiede però dall’infanzia un riflesso natatorio, che lo precostituisce adattabile anche all’ambiente liquido. Nessuna scimmia ha la stessa capacità. Il cane, non nato per l’acqua, ci segue a nuoto.

Non voglio dire che il cane è «umano». Voglio dire – e spero di fare arrabbiare definitivamente i darwinisti – che il cane è stato precostituito per noi uomini. Il che significa, essendo noi umani radicalmente animali culturali: il cane è stato fatto per accompagnarci nella civiltà. Fatto per noi, emulo della nostra interiorità, amico, fratello nostro nell'espressione, nel «parlare».

lo credo, insomma, che Dio ci abbia dato il cane come ci ha dato – o ha precostituito per noi – l’indeterminatezza «naturale» che possediamo, la capacita di restare infantili e plasmabili (neotenia), il patrimonio genetico di primati superiori, che ci fa vivere la vera nostra vita non «fuori di noi» – come tutti gli altri animali – ma nel mondo interiore: che è il più importante per noi. Ciò equivale a dire (forse) che cane e uomo costituiscono un «ecosistema» sui generis. Se poi lui, il nostro preistorico camerata, possieda una vera sua spiritualità, non voglio indagare. Ricordo solo quel che racconta il Mahabharata: il principe Yudhisthira rifiutò di entrare in Paradiso se non lo poteva seguire il suo cane; e gli dei dovettero finire per contentarlo. Perché sarebbe stato ingiusto lasciare Yudhisthira fuori dal Paradiso che meritava, e il Paradiso non sarebbe stata tale per Yudhisthira, senza il suo cane. Un ecosistema spirituale.

Anche il cavallo, penso, ne fa parte fin dall'inizio. Conosco poco i cavalli, mi intimorisce la loro generosa pazzia, lo stralunare dell'occhio; dubito se provino qualcosa come «amicizia» e «fedeltà» per il loro cavalcatore. Ma non mi è mai parso normale che questa grossa antilope, questo erbivoro nervoso, timido, facile agli spaventi, sia stato il compagno dell’uomo in guerra, e abbia accettato di scatenare il suo magnifìco galoppo contro gli elefanti di Annibale, e ancor oggi contro le mitragliatrici e i carri armati. Non ho dubbio che il Creatore ci abbia dato, e precostituito per noi, questa splendida contraddizione zoologica: un’antilope eroica, un ungulato militare, dal cuore nobile e disciplinato.

                                                                                                        da «Studi Cattolici», ottobre 2000

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