domenica 07 agosto 2022
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NEWS 4 Agosto 2022    di Manuela Antonacci

Sospesa la sentenza di morte di Archie Battersbee. Ma la Corte europea «non interferirà»

Il 15 luglio è il giorno in cui l’Alta Corte britannica, ha decretato la sentenza di morte di Archie Battersbee, accogliendo la richiesta dei medici del Royal London Hospital, intenzionati a sospendere i trattamenti di sostegno vitale che consentivano al dodicenne di rimanere in vita, seppure in coma. Tutto era cominciato il 7 aprile scorso, quando sua madre, Hollie Dance, lo aveva trovato, in casa, con una corda al collo, probabilmente utilizzata per partecipare ad una challenge in rete, tra coetanei.

Secondo i medici, i danni cerebrali riportati dal ragazzo, sarebbero stati così gravi, da giustificare la sospensione dei trattamenti vitali. Di diverso parere la madre che aveva, da allora, iniziato un’instancabile battaglia legale, per la vita del figlio, sostenendo che Archie «reagisce, stringe le loro mani e perfino piange».

Anche nei casi tristemente noti di Charlie Gard (2017), Alfie Evans (2018), Isaiah Haastrup (2018) e Tafida Raqeed (2019) che hanno preceduto questa ennesima soppressione di un innocente, in nome del “best interest”, il personale medico e i giudici dell’Alta Corte britannica, avevano comminato la stessa, gratuita, pena capitale, nonostante il parere avverso dei genitori.

Il criterio del “best interest”, in questo caso specifico, è stato suffragato così dal giudice Haydan «il trattamento è futile, compromette la dignità di Archie, lo priva della sua autonomia e diventa del tutto contrario al suo benessere. Serve solo a prolungare la sua morte, pur non potendo prolungare la sua vita».

Parole che, tuttavia, proprio non riescono a dimostrare come “il migliore interesse” di una persona possa essere la sua soppressione. Tanto più se si tratta di individuo fragile, decisamente più bisognoso di tutele.

Anche per questo, la madre di Archie, aveva iniziato un’accanita battaglia legale, sottolineando tutta l’assurdità della questione «Non condividiamo l’idea della dignità della morte. Imporcela e accelerare la sua morte a questo scopo è profondamente crudele».

Inizialmente, il caso, era arrivato in tribunale quando la famiglia aveva impedito ai medici di eseguire i test sul tronco encefalico, finalizzati a dimostrare la morte cerebrale del ragazzo, in quanto potenzialmente letali. Un dettaglio non da poco perché, nella prima udienza, il giudice Arbuthnot aveva deliberato che Archie era morto il 31 maggio, nel giorno della risonanza magnetica.

Un verdetto sulla base del nulla, in quanto proprio i test sul tronco encefalico, non erano mai stati portati avanti. Dunque una decisione ferale basata su un “probabile” danno irreversibile del cervello, mai dimostrato. Per questo motivo, a fine giugno, tre giudici della Corte d’Appello, evidenziando che prove mediche che riscontrassero, «oltre ogni ragionevole dubbio», la morte effettiva del paziente, non ce ne fossero, avevano chiesto che il caso fosse riesaminato da altri giudici dell’Alta Corte britannica.

E proprio al giudice Hayden, tristemente noto per aver presieduto nel 2018 il caso di Alfie Evans, di appena un anno, sentenziando che per il bene del bambino gli si dovessero rimuovere i supporti vitali, era toccato indire un processo sul best interest, per decidere, stavolta, la sorte di Archie.

Così, schierandosi con i medici e contro i genitori, Hayden, il 15 luglio, aveva stabilito la rimozione dei supporti vitali di Archie, sebbene evidenze mediche che stabilissero che le sue condizioni fossero irreversibili, non ve ne fossero ancora. Il drammatico braccio di ferro legale, coi genitori, in sostanza, avrebbe fatto slittare solo di un mese, il tragico epilogo di questa storia, previsto alle 11 locali (le 12 in Italia) del tre agosto.

Invece, ad oggi, la ventilazione assistita che tiene in vita Archie, non è stata ancora staccata, grazie all’ennesima azione tempestiva dei suoi genitori che, ieri mattina, hanno potuto presentare un appello anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU), dopo quello già avanzato al Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle persone con disabilità, mentre l’istanza degli avvocati del Christian Legal Centre ha tempestivamente bloccato il provvedimento di sospensione.

Poi nella tarda serata di ieri è arrivato il comunicato della Corte Europea dei Diritti Umani che ha rigettato l’appello dicendo che «non interferirà» con la decisione delle corti inglesi. A questo punto la spina dei supporti vitali verrà con ogni probabilità staccata, forse già nella mattinata di oggi.

Una lotta sfiancante e soprattutto assurda, considerato che la richiesta dei genitori Archie è semplicemente quella di lasciare che il loro bambino, se davvero è destinato a morire, lo faccia in modo naturale. Accompagnare il proprio figlio fino alla morte, senza nessuna, crudele, forzatura esterna, è l’unico “best interest” che si intravede in questa tragica storia.


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