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«Sostituzione etnica» è un’esagerazione. Ma alcuni tifano collasso demografico
NEWS 20 Aprile 2023    di Federica Di Vito

«Sostituzione etnica» è un’esagerazione. Ma alcuni tifano collasso demografico

«Le nascite non si incentivano convincendo le persone a passare più tempo a casa, come qualcuno sostiene, perché si intensificano i rapporti – il modo è costruire un welfare che permetta di lavorare e avere una famiglia, sostenere le giovani coppie a trovare l’occupazione. Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica, gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro, non è quella la strada», questa la parte dell’intervento al congresso della Cisal di ieri del ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida che oggi leggiamo su tutte le notizie.

Ovviamente l’espressione che ha fatto scalpore è stata «sostituzione etnica», ed è forte e discutibile, concordiamo. Ma, come sempre, si dimentica il significato intrinseco, ovvero il timore delle conseguenze che la persistente tendenza al crollo delle nascite ha e avrà in Italia. Dal mainstream però non c’è stato altrettanto scalpore per l’emergenza nascite, soprattutto dopo che l’Istat ha certificato una natalità al minimo storico: meno di 7 neonati e oltre 12 decessi ogni 1.000 abitanti.

Si può puntare il dito, si possono criticare le parole scelte, ma di fatto il problema rimane. I figli sono visti oggi come un carico insostenibile, che se te lo prendi sulle spalle sei solo un incosciente. E se una volta nelle famiglie numerose ci si aiutava e tutto sommato il carico si divideva – e va anche detto che non si era bombardati da falsi bisogni sempre crescenti fin dall’asilo – oggi la famiglia, in particolare le coppie giovani, si trovano sole. Economicamente, socialmente e anche spiritualmente, mi verrebbe da aggiungere.

Se scelgono di fare un figlio vivono tra un salto mortale e l’altro e spesso non reggono il colpo, le spese spaventano e nessuno ti dice che “andrà tutto bene”. Allora se non si ha intorno una rete forte di aiuti, una spalla solida e un Cielo a cui guardare, l’orizzonte che si prospetta è solo scoraggiante. Meglio evitare il problema alla radice, niente figli. Ma come si contrasta una tendenza che oramai è diventata mentalità comune della nostra società?

Prendiamo la sinistra. La segretaria del Pd Elly Schlein non ha tardato a esprimere il suo disappunto per le parole del ministro Lollobrigida: «Sono parole indegne da parte di chi ricopre il ruolo di ministro, che ci riportano agli anni Trenta […]. Mi auguro che Giorgia Meloni prenda le distanze con forza. Perché quando tutti i giorni ministri o alte cariche dello Stato fanno dichiarazioni di questo tipo smettono di essere incidenti ma diventa uno schema e noi ci opporremo con forza a questo schema. Continueremo a fare opposizione a queste norme disumane, non vogliamo stare dalla parte di un ministro che parla di sostituzione etnica, che è un linguaggio da suprematista bianco».

Voleva forse essere una critica costruttiva? Non sembrerebbe. La sinistra infatti non fa altro che proporre “più lavoro femminile” e “più immigrati”, la loro formula magica per contrastare la denatalità. Ma non ha ottenuto i risultati sperati. Se prendiamo infatti il modello dei Paesi nordici che hanno puntato tutto sul lavoro, possiamo intravedere un possibile scenario. Un saggio estratto da More Work, Fewer Babies: What Does Workism Have to Have With Falling Fertility, un nuovo rapporto dell’Institute for Family Studies, analizza come «storicamente, i ricercatori hanno identificato i paesi “nordici” come casi di successo di tassi di fertilità relativamente alti accanto a società altamente egualitarie. I recenti notevoli cali, quindi, presentano una sfida cruciale per le teorie dominanti del cambiamento della fertilità».

Secondo lo stesso saggio la risposta potrebbe risiedere nel «cambiamento del posto sociale, morale e persino ideologico del lavoro sul mercato nel corso della vita. […] Man mano che i valori sociali cambiano nel tempo, alcuni paesi ricchi con valori altamente individualisti ed egualitari hanno anche iniziato ad adottare una nuova enfasi basata sui valori sul lavoro e sul successo professionale come fonte chiave di significato e valore nella vita, che può competere con gli obiettivi familiari». Esempi concreti: «La Danimarca, l’unico paese nordico con una diminuzione dell’importanza del lavoro, ha avuto anche il più piccolo calo della fertilità nel periodo misurato. La Finlandia, nel frattempo, ha avuto il più grande aumento dell’importanza del lavoro, insieme al più grande calo della fertilità».

E l’immigrazione? Potrebbe sembrare una soluzione, ma se stiamo ai dati vediamo che l’Italia ha già nei residenti stranieri quasi il 9% della popolazione (l’8,8%) e il 10% degli occupati, ma l’inverno demografico continua incessantemente. Come ha spiegato il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, al Timone nel dossier di marzo dell’anno scorso (qui per abbonarsi) anche gli stranieri invecchiano e, soprattutto, il loro contributo frena, alla lunga rallenta, ma non ferma il fenomeno. 

Allora sarebbe tempo di metter mano a ciò che la sinistra scansa con forza. Puntare, cioè, sulla cultura della famiglia. Che poi sarebbe quanto fatto dall’Ungheria – congedi parentali estesi ai nonni, sconti fiscali importanti per la donna dopo il terzo figlio, prestiti familiari a tasso zero e perfino un sussidio per macchine a sette posti -, che in una dozzina di anni è passata da un dato di 1,23 figli per donna (2011), agli attuali 1,6, numero ancora lontano dal decisivo tasso di sostituzione (2,1) ma che comunque segna un rialzo indiscutibile e rimane più alto del tasso di fecondità delle donne italiane (che è fermo a 1,24 da tempo). Sarà possibile prima o poi puntare alle stesse politiche anche qui in Italia?

Per ora non possiamo dirlo, ma in questo senso un plauso va fatto al “piano Giorgetti”. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti si è attivato con una proposta che speriamo arrivi a breve, che consisterebbe in un bonus famiglie sul modello del 110% pensato per le famiglie con almeno due figli. In sostanza non pagherebbero le tasse. C’è da tenere conto delle risorse disponibili ovviamente, ma puntare al taglio consistente delle imposte sul reddito per sostenere i nuclei familiari è la soluzione concreta per invertire la rotta dell’inverno demografico. Anche se a sentire la Boldrini che fa dell’ironia su Twitter: «Niente tasse per chi fa figli: Orban in Ungheria? No. La Repubblica di Gilead ne “Il racconto dell’ancella”? No, il ministro Giancarlo Giorgetti» è evidente che il problema non stia a cuore proprio a tutti. Peccato che inevitabilmente riguarderà tutti. (Fonte foto: Imagoeconomica)

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