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NEWS 30 Giugno 2022    di Federica Di Vito

«Noi, famiglia numerosa, in missione all’estero per evangelizzare»

Si è appena concluso l’Incontro mondiale delle famiglie a Roma, “L’amore familiare: vocazione e via di santità”. Lunedì 27 giugno il Pontefice ha dedicato un incontro agli iniziatori del Cammino Neocatecumenale per inviare 430 famiglie in missione verso «le zone più secolarizzate e più povere» d’Europa e del mondo per annunciare l’amore di Cristo risorto.

Questa nuova forma di missione che vede intere famiglie partire e «lasciare tutto» è stata pensata nel 2006 e inaugurata da Benedetto XVI, quando ha inviato le prime 7 Missio ad gentes. Su richiesta del vescovo del luogo la famiglia riceve il mandato di evangelizzare aree scristianizzate o pagane realizzando una comunità cristiana che sia «perfettamente una cosa sola, perché il mondo creda» (Gv 17,23). Non partono da sole: ogni missione è formata infatti da un presbitero e 4-5 famiglie con figli al seguito. Nel concreto, ogni famiglia va dove viene inviata e vive la propria vita all’interno di quella specifica cultura: cerca lavoro, casa, scuole per i figli. Usando le parole di san Giovanni Paolo II, questa modalità assomiglia a quel «primissimo modello apostolico» che auspicava per far fronte alla crescente secolarizzazione dell’Europa.

«Pensavo, spaventata, di ritrovarmi catapultata in Africa quando ho sentito la chiamata alla missione», così ricorda Francesca, moglie di Gabriele e madre di sette figli. Li abbiamo raggiunti al telefono mentre sono di ritorno dall’incontro col Papa verso Ginevra. Con voce carica di spirito e commossa ci raccontano qualcosa di questi due anni e mezzo di missione, felici di aver sentito ancora una volta confermata la loro vocazione grazie a questo ultimo incontro a Roma.

Originari di Roma, Gabriele e Francesca (37 anni entrambi) ad agosto festeggeranno il loro decimo anniversario di matrimonio con 7 figli (3 maschi e 4 femmine). Gabriele è laureato in fisica e Francesca è fisioterapista, ma non esercita la professione dalla gravidanza del primo figlio. Subito dopo sposati si sono trasferiti a Milano, dove il Signore li aveva chiamati per far sperimentare loro una prima volta il «distacco quotidiano dagli affetti e dalle sicurezze». A Milano Gabriele lavorava come impiegato in una società di consulenza e i loro figli erano instradati in una bella scuola cattolica. Poi nel 2019 un incontro del Cammino Neocatecumenale è stata l’occasione in cui si sono sentiti chiamati ad accogliere la Parola di Dio senza mezzi termini, lasciando «tutto» e seguendolo.

«Sentivo che quel “tutto” che Dio mi chiedeva di lasciare era quello che avevo pensato per la mia vita. Di fatto gli affetti li avevamo già lasciati, insieme alla nostra città di origine. Lo vedevo legato soprattutto ai miei figli. I progetti che avevamo per loro, soprattutto con la scuola cattolica».
A spazzare via la paura dell’ignoto che li attendeva è stato il Vangelo, che insieme alle persecuzioni prometteva loro «la vita eterna» (Mt 10,30). Il dialogo con un sacerdote di fiducia ha poi scansato la tentazione di pensarsi artefici del presente e del futuro, anche delle cose che riguardano Dio: «Se sentite questa chiamata date la vostra disponibilità, sarà Lui ad aprirvi le strade o a chiuderle e abbiate anche l’umiltà di tornare qualora vi chiami altrove».

Facciamo poi loro qualche domanda in più per poterci affacciare a una realtà di missione non così distante da noi che si nutre di testimonianza quotidiana. «Siamo arrivati in Svizzera poco prima dello scoppiare della pandemia. Mi sono ritrovata a vivere in una città sconosciuta, chiusa in una casa che non mi piaceva, con il lavoro di Gabriele che non ci faceva stare tranquilli», ora infatti è O.s.s. presso una casa di riposo, motivo per il quale ogni giorno si recava comunque a lavoro. «Ma per i bambini essere stati a casa con me e aver conosciuto la città senza dover cominciare subito la scuola è stato bello. E la campagna alla quale mai ero stata abituata ci ha salvati dal dover stare sempre chiusi in casa con tutti i bambini. Tutto ha concorso al nostro bene», raccontano con gratitudine. La pandemia vissuta in missione ha insegnato loro ancora una volta ad affidarsi all’unica certezza incrollabile.

Forse questa esperienza delude le aspettative di chi pensa alla missione come a un qualcosa di eclatante. In che modo una famiglia cristiana con la sola presenza può parlare a persone lontane dalla Chiesa? Francesca e Gabriele ce lo raccontano con qualche aneddoto della loro vita quotidiana. Essere immersi in una realtà fondamentalmente basata sulla prosperità economica fa sì che una famiglia di sette figli venga notata facilmente. In Svizzera al massimo ci si va per guadagnare di più, non esattamente per annunciare l’amore di Dio. «Un giorno stavamo semplicemente caricando la macchina e mio figlio mi chiede: “perché tutti ci guardano?”». Alcuni con stupore, altri con giudizio e poi ci sono le persone messe lì provvidenzialmente da Dio. Come la loro vicina di casa protestante, che da quando sono lì si è offerta di fare da babysitter ai figli senza ricevere mai un soldo. Oppure la compagna di scuola dei figli che a soli 8 anni chiede a Francesca: «Sono tanti sette! Li avete voluti tutti o è stato un incidente?» e quegli occhi piccoli ma già ottenebrati da una cultura che vuole disgregare la famiglia non hanno potuto che riempirsi di stupore alla sua risposta «Tutti desiderati, come te lo sei stata dal tuo papà e dalla tua mamma». O del sacerdote che vedendoli tutti a messa di lunedì, il giorno del compleanno di Francesca, ha ringraziato commosso tutta la famiglia per il solo fatto di essere stati lì, tra passeggini, pianti e occhiatacce. Lì dove il Signore li ha pensati, «perché non siamo stati chiamati singolarmente io e Gabriele, ma anche ognuno dei nostri figli» e sono loro il più delle volte a dare la testimonianza più forte.

Una volta tornati in terra di missione portano nel loro cuore la messa con il Papa, durante la quale hanno ascoltato la stessa lettura della loro prima messa in Svizzera, «Quello lasciò i buoi e corse dietro a Elìa, dicendogli: “Andrò a baciare mio padre e mia madre, poi ti seguirò”. Elìa disse: “Va’ e torna, perché sai che cosa ho fatto per te”». Solo la gratitudine per quel tanto ricevuto da Dio può farci alzare e lasciare il nostro «tutto», qualunque esso sia.

 

 

 

 

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