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NEWS 14 Settembre 2023    di Giuliano Guzzo

Studenti devoti, studenti promossi

In una recente intervista, Thomas Monaghan, il fondatore di Domino’s Pizza, ha raccontato di quando nel 1988 decise di cedere il suo immenso impero economico – si aggirava sul miliardo di dollari – per dare un’istruzione cattolica ai giovani. Il risultato di tanta generosità fu la nascita dell’Ave Maria University, una vera e propria cittadina – completa di chiesa, parchi e naturalmente università, con ricca offerta formativa – dove vivono circa 33.000 persone. Per quanto clamorosa, la storia di Monaghan non è il solo caso di persona facoltosa che decide di sostenere l’educazione religiosa. Un esempio simile è stato anche dato da Robert W. Wilson, investitore che fece una fortuna operando nel mercato azionario prima di morire, nel 2013, all’età di 87 anni.

Una storia doppiamente interessante, quella di Wilson, il quale era un ateo notoriamente gay.  Eppure ciò non gli impedì, nell’estate del 2010, di staccare un assegno da 5,6 milioni di dollari all’Arcidiocesi di New York proprio in supporto alle scuole cattoliche. «La maggior parte di ciò che si insegna nelle scuole cattoliche», disse, «sono tre cose: leggere, scrivere e far di conto. Ma lo fanno meglio di ogni altra scuola degli Stati Uniti». D’accordo, ma Monaghan, Wilson e quanti scelgono di appoggiare una formazione cristiana compiono, didatticamente parlando, un gesto valido oppure semplicemente promuovono un’istruzione fra tante?

LA PAROLA ALLA RICERCA

Il solo modo per rispondere a tale quesito, è vedere i riscontri della ricerca scientifica; che non solo ci sono, ma abbondano. Da studi realizzati ancora un quarto di secolo fa, e pubblicati sull’American Sociological Review, sappiamo infatti che frequentare un istituto cattolico aumenta in modo consistente la possibilità di finire nei giusti tempi le scuole superiori, passando alla formazione successiva. L’efficacia delle scuole cattoliche nel far diplomare i giovani è stata osservata anche in studi più recenti. Davanti a tali riscontri, qualcuno potrebbe pensare che a determinare benefici nel conseguire il diploma e nel proseguire speditamente nei seguenti livelli di formazione non sia tanto il fatto che determinati istituti siano cattolici, quanto invece il loro essere «privati», per dirla con una espressione da prendere con le molle – come ben rimarca suor Anna Monia Alfieri nel suo nuovo libro sulla scuola – ma molto usata

In pratica, se i ragazzi finiscono le superiori senza bocciature il merito non sarebbe loro e neppure degli insegnanti, bensì delle rette generosamente pagate da mamma e papà. Tuttavia, ampie metanalisi che hanno considerato fino a 90 studi precedenti hanno messo in luce, anche tenendo sotto controllo i fattori socioeconomici – e quindi la possibile incidenza del reddito familiare -, che, se gli studenti che le frequentano concludono il ciclo di studi senza ritardi, non è per favoritismi di sorta, ma perché è rendimento nelle scuole religiose ad essere più elevato. Nelle scuole cattoliche in particolare, trovano occasione di riscatto studenti più in difficoltà e, come poc’anzi detto, svantaggiati; il che è senz’altro merito di sacerdoti e professori di questi istituti, oltre che naturalmente dei loro fondatori.

 MAGGIORE AUTODISCIPLINA

La capacità di migliorare il rendimento degli studenti a basso reddito ed appartenenti alle minoranze non è però la sola qualità di queste scuole. Come si è appurato in indagini che li hanno posti in confronto con altre scuole private oltre che con quelle pubbliche, negli istituti cattolici – dei quali si parla ampiamente nell’ultimo numero della nostra rivista (qui per abbonarsi e leggerla) –  si formano bambini che agiscono in modo meno impulsivo, litigioso e arrabbiato rispetto agli altri; bambini che mostrano quindi più capacità di controllare il loro temperamento, mostrando conseguentemente più rispetto sia delle cose sia dei convincimenti degli altri compagni studio. Interessante, al riguardo, la spiegazione data da Michael Gottfried e Jacob Kirksey dell’Università della California.

«In definitiva, i nostri risultati», hanno concluso Gottfried e Kirksey in un loro lavoro pubblicato nel 2018, «indicano che le scuole cattoliche possono avere un vantaggio rispetto ad altre scuole nel favorire l’autodisciplina. Ciò è verosimilmente dovuto al fatto che la stessa dottrina che ispira l’istruzione cattolica sostiene esplicitamente lo sviluppo di questa virtù». Non ci sono dubbi, insomma, sulla validità dell’istruzione cattolica. Detto ciò, c’è però solo un modo per valutare se, per gli studenti, anche la religione in sé costituisca una risorsa: vedere come se la cavano nelle scuole pubbliche e secolari i ragazzi che, andando in chiesa e frequentando la parrocchia, sperimentano rispetto ai loro coetanei un elevato coinvolgimento religioso. Soddisfano quest’ultima curiosità, ancora una volta, numerosi studi.

UNA MEDIA PIÙ ALTA

Tra le tante, appare significativa una ricerca degli studiosi dell’Università dell’Iowa e dell’Università di Notre Dame fatta su bambini di 132 scuole in rappresentanza di 80 differenti comunità e osservando come gli studenti che settimanalmente frequentano le funzioni religiose abbiano, rispetto ad altri, una media scolastica superiore. Notevole per accuratezza risulta poi un lavoro di Ilana Horwitz, sociologa dell’Università di Stanford, la quale, attraverso il National Study of Youth and Religion (NSYR), ha studiato un campione di 2.500 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni iscritti alle scuole pubbliche.

Tenendo sotto controllo vari fattori che possono incidere sul rendimento quali etnia, classe, sesso, il consumo di alcol e denominazione religiosa, la Horwitz – che ha poi esposto con cura le sue ricerche nel bel libro God, Grades, and Graduation: Religion’s Surprising Impact on Academic Success (Oxford University Press, 2022) – è arrivata alla conclusione che sì, gli adolescenti che praticano la religione regolarmente, rispetto ai disimpegnati, ottengono risultati scolastici migliori. Dunque non solo la scuola cattolica funziona, ma la stessa fede, là dove vissuta in modo concreto, risulta eccellente alleata all’istruzione.

Aveva insomma ragione Robert D. Putnam, sociologo di Harvard che, nel suo volume Our Kids (Simon & Schuster, 2006), aveva osservato che «rispetto ai loro coetanei, i giovani che sono coinvolti in organizzazioni religiose seguono corsi più difficili, ottengono voti e punteggi più alti nei test e hanno meno probabilità di abbandonare il liceo». Questi ragazzi, continuava Putnam, «hanno migliori relazioni con i loro genitori e gli altri adulti», risultano «più coinvolti nello sport e in altre attività extracurriculari […] hanno persino il 40-50% di probabilità in più di andare al college rispetto a quelli i cui genitori la domenica, anziché andare in chiesa, stanno a casa». Si può pertanto concludere, dinnanzi a simili risultati, che sì, se si va a scuola con fede non è che cambi molto. Cambia proprio tutto (Fonte foto: YouTube)

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