mercoledì 28 settembre 2022
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NEWS 10 Agosto 2022    di Federica Di Vito

Tanto woke per nulla

Con l’aumentare del coinvolgimento dei giovani americani nelle battaglie per i diritti, si è diffusa l’espressione “stay woke” per riferirsi alle persone “amiche” e consapevoli delle minoranze. Abbiamo visto con le proteste di Black Lives Matter l’avanzata di tweet e hashtag tutti all’unisono per sensibilizzare al razzismo.

Peccato che poi, se andiamo a guardare percentuali e dati, la verità è che questo tipo di “campagna di sensibilizzazione” sembra essere finora servita a poco. Nonostante i principali sforzi di equità e inclusione, nei college e nelle università degli Stati Uniti, gli studenti di colore continuano infatti a rimanere indietro rispetto alla media nazionale se guardiamo i tassi di laurea. A dirlo, un nuovo studio di McKinsey & Company.

L’analisi ha anche rilevato che, nonostante gli sforzi messi in atto per diversificare i campus, il 92% dei college non rappresenta le popolazioni razziali tra studenti e docenti. La demografia americana non viene cioè rispecchiata per nulla dai campus universitari: «Per gli studenti neri e nativi americani e per i docenti di tutte le popolazioni sottorappresentate, non ci sono stati effettivamente progressi dal 2013 al 2020», ha rilevato l’analisi. «Al ritmo attuale», ha poi aggiunto il rapporto, «ci vorrebbero altri 70 anni ai college per reclutare abbastanza studenti di colore perché la loro iscrizione rispecchi un po’ la demografia americana».

Dal 2010, la popolazione bianca è diminuita dell’8,6%, ma la popolazione multirazziale ha visto un aumento del 276%, mostrano i dati del censimento degli Stati Uniti. Parallelamente, secondo un rapporto del Center on Education Data and Policy, dal 2003 al 2017 l’iscrizione dei neri nei college pubblici è aumentata solo del 12% e l’iscrizione latina è semplicemente raddoppiata. Il Chronicle of Higher Education ha riferito che l’analisi McKinsey individua il divario nelle «pratiche di ammissione selettiva e la mancanza di diversità della facoltà» e consiglia ai college di «riflettere sulla propria storia razzista e cultura del campus, valutare le strategie di reclutamento degli studenti», investendo allo stesso tempo maggiori risorse al servizio delle minoranze e dell’inclusione.

Rimane poi da valutare quanto significhi in termini economici un maggiore investimento, visto che, a detta di Mark Perry – studioso dell’American Enterprise Institute e professore emerito di economia e finanza presso l’Università del Michigan Flint -, i costi sono già molto alti. Per farci un’idea: 93 dipendenti dell’Office of Diversity, Equity & Inclusion dell’Università del Michigan ricevono un totale di 10,6 milioni di dollari di stipendi annuali, la Columbia University ha speso 185 milioni di dollari a sostenere DEI (Diversity, Equity, Inclusion) dal 2005 al 2019 e l’American University 61 milioni di dollari solo nel 2019.

A fronte di quanto detto, esiste una soluzione? Un approccio che lasci da parte hashtag e vada al cuore del problema? Seppure sia complesso trovare una risposta, può essere utile consultare uno studio britannico interessante che mostra l’altra faccia del problema, il non detto così poco instagrammabile. Ci riferiamo ad un rapporto della Commissione britannica per la razza e le disparità etniche che, nel marzo 2021, ha fatto scalpore nei media britannici perché ha respinto il “razzismo” come ragione dello svantaggio sociale, offrendo un altro paradigma: quello della disgregazione della famiglia.

Secondo lo studio, le famiglie di genitori solitari sono diventate più comuni dagli anni Settanta, a seguito di un aumento dei divorzi e delle madri sole mai sposate. Tra i gruppi etnici, la gamma di tassi di genitorialità solitaria è enorme. Le meno stabili sono le famiglie dei Caraibi neri, dove il 63% dei bambini vive in famiglie con genitori solitari rispetto ad appena il 6% tra le famiglie indiane che sono le più stabili. A titolo di confronto, la percentuale per il Regno Unito nel suo complesso è del 22%.

Senza nessun particolare giudizio, il rapporto dice come le famiglie monoparentali in genere affrontano una maggiore tensione e hanno bisogno di più sostegno rispetto alle famiglie con due genitori. Inoltre, in un’analisi della ripartizione familiare tra 9.000 famiglie con 11 anni svolta da Harry Benson, direttore della ricerca della Marriage Foundation con sede nel Regno Unito e dal professor Steve McKay dell’Università di Lincoln, è facile affermare che l’etnia fa davvero la differenza.

A parità di tutti gli altri fattori, i padri neri hanno maggiori probabilità di separarsi dalla madre e le madri dell’Asia meridionale hanno meno probabilità di separarsi dal padre. Le madri nere e i padri dell’Asia meridionale non affrontano rischi maggiori o minori delle loro controparti bianche. E se è vero che trarre conclusioni affrettate o crearsi dei pregiudizi è sbagliato, non possiamo però neanche far finta di non vedere l’impatto che la disgregazione familiare ha sulle possibilità di vita dei bambini.

Questo rapporto risulta incompleto proprio da questo punto di vista. Non riuscendo a identificare i fattori di rottura familiare, non menziona mai i fattori che potrebbero migliorare la stabilità e ridurre la rottura familiare, come il matrimonio, l’impegno o persino la qualità delle relazioni. A parte un cenno al divorzio, così come l’influenza della responsabilità maschile e dello stato sociale, non si cura di spiegare la sorprendente variazione che sussiste tra i gruppi etnici. Se poi osserviamo che solo due delle 24 raccomandazioni citate (n. 7 e 19) menzionano la parola «famiglia» è presto detto quanto siano efficaci questi “consigli”.

Si dice banalmente che, quando il saggio indica la luna, lo stolto vede solo il dito. Sembra che nel tentativo di cercare il capro espiatorio e lottare a suon di hashtag si tralasci ciò che appare evidente a un occhio più attento: la famiglia è il cuore della società. E finché ci si indigna solo di fronte a ciò che il pensiero dominante definisce come “allarmante” – oggi il razzismo, le minoranze Lgbtq+ o simili, domani chi può saperlo – si perde di vista la luna.

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