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NEWS 5 giugno 2021    di Giulia Tanel

«Tornare al centro». Rosanna Brichetti Messori si racconta in un nuovo libro

Tornare al centro – «Tenete l’antica strada e fate vita nuova» (Ed. Ares): titola così l’ultima fatica di Rosanna Brichetti Messori, che con il marito Vittorio condivide, oltre alla vita quotidiana e di fede, anche la passione e una grande capacità per la scrittura. In questo libro l’Autrice si apre ai lettori e racconta la sua avventura di credente dall’infanzia fino all’oggi, dando con questo riscontro anche dei grandi cambiamenti che hanno investito la Chiesa negli ultimi decenni.

Il Timone l’ha contattata telefonicamente per un’intervista.

Rosanna Brichetti Messori, il libro si apre con il racconto della sua infanzia e giovinezza, in un contesto in cui «credere era quasi scontato». Poi nel libro parla del passaggio da una «fede sociologica» a una «fede forte», certo non conquistata per sempre ma da custodire giorno per giorno. Che cosa ha accompagnato e sostenuto questa maturazione?

«Devo dire che il passaggio è stato forte, carismatico quasi, come ho raccontato anche in altri libri. In un momento di grande sofferenza, di crisi esistenziale profonda, davanti al Santissimo – non tanto perché fossi cosciente del valore dell’Eucarestia, ma più che altro perché era un luogo in cui rifugiarmi – ho sentito Gesù particolarmente vicino, ho sentito l’amore di Dio. Ecco, quello è stato il passaggio fondamentale, che poi ha accompagnato tutto il dopo. Lì Dio, che per me prima era più che altro un’idea, un qualche cosa che era semmai al mio servizio perché magari ogni tanto lo pregavo affinché mi facesse passare un esame all’università o cose di questo genere, è diventato all’improvviso vivo, è diventato un partner vitale. È stata un’esperienza che non ho mai più potuto dimenticare nella vita.

Naturalmente è stato solo il punto di partenza, dal quale poi a poco a poco sono derivate maturazioni più profonde. Maturazioni quasi sempre accompagnate dalla sofferenza perché sono convinta, almeno è così nella mia esperienza, che la nostra vita sia intessuta di piccoli calvari accompagnati da risurrezioni, credo che questo sia il respiro dell’anima e che la sofferenza ci serva per capire veramente la realtà fino in fondo. Ho quindi fatto dei passi successivi, per esempio ho dovuto attraversare, e forse l’ho fatto progressivamente, quella che il Vangelo chiama “la porta stretta”, cioè quel passaggio spirituale fondamentale che consiste nel passare dal cercare la nostra volontà ad accettare la volontà di Dio, e quindi a unirsi sempre più profondamente a Lui. E questo credo sia un processo che non è ancora finito: mi sono resa conto che la vita spirituale è questo continuo approfondire il mistero di Dio, cosa che poi continuerà nell’eternità».

Oggi viviamo un momento particolarmente difficile per il mondo cattolico, con pressioni esterne ma anche interne molto forti. Nel libro scrive che «il problema non è la modernità in sé stessa, ma la grave crisi di fede che essa ha indotto, spesso anche in noi che ci diciamo credenti». Come «tornare al centro», citando il titolo del suo libro, che è Cristo?

«Guardi, proprio facendo quel passaggio che dicevo. Sono convinta che fino a quando non incontriamo Cristo sia molto difficile sopravvivere da credenti nel cuore della modernità, che è antireligiosa ma soprattutto anticristiana perché sostituisce l’amore di Dio con l’amore per se stessi, per il successo, per tante altre cose che finiscono per diventare degli idoli. Solamente se noi incontriamo davvero Gesù Cristo, capiamo il Suo amore e viviamo in questo rapporto d’amore con Lui, allora riusciamo a capire la verità delle cose, cioè che noi non siamo quegli essere autonomi che la modernità pretende, e che in fondo è la ripetizione del peccato originale. Se non riusciamo oggi a capire questo, non possiamo tornare davvero alla fede profonda, perché sono convinta che non basti il famoso discorso dei valori o della legge naturale: non perché non esistano, ma perché non li capiamo fino in fondo se non comprendiamo che dietro c’è Dio.

Invece se riscopriamo la dimensione mistica del cristianesimo, e con questo intendo appunto vivere un rapporto profondo con Dio, allora possiamo non solo resistere alla modernità e andare controcorrente, ma anche essere luce per essa».

Faticoso, ma vero…

«Faticoso sì, ma se lo capiamo e resistiamo un po’, da faticoso diventa gioioso. La gioia è diversa dalla cosiddetta felicità, che è la mancanza assoluta di malessere e che è una cosa impossibile; la gioia è il frutto della risurrezione, perché se capiamo che la nostra vita ha significato e che anche la morte è un passaggio a un’altra vita, la nostra angoscia esistenziale di fondo si scioglie a poco a poco, a mano a mano che entriamo sempre più profondamente nel mistero cristiano.

E allora capiamo che anche quegli apparenti sacrifici, o anche veri sacrifici, che la fede qualche volta ci chiede hanno un senso. Scoprire questo fa passare da una posizione difensiva nei confronti della modernità, o troppo inginocchiata perché se ne ha paura, a una posizione di libertà verso la modernità. E così capiamo che credere e cercare di aumentare la nostra fede realizza sempre di più la nostra vita, che diventa sempre più profonda, più ricca di significato e dunque anche più piena di gioia».

In tale ottica, intravvede oggi dei segni di positiva resistenza, che preannunciano una ripartenza verso una «Chiesa della fede», per dirla con Ratzinger?

«Sì, li vedo. Per un po’ non li ho visti e ho avuto periodi di grande sofferenza. Come spiego nel libro, che altro non è che la descrizione di un lungo itinerario che ho voluto condividere, sono nata e mi sono formata sotto Pio XII, poi ho vissuto le aspettative del Concilio Vaticano II e in seguito ho visto le derive del primo post Concilio e ne sono anche stata in qualche misura coinvolta, perché sulle prime la modernità mi ha sedotta, anche se avevo già incontrato Gesù Cristo. Poi però sono a poco a poco “rinsavita”, diciamo così. E questo anche perché ho visto le conseguenze di queste derive nella mia vita e, come scrivo, credo di essermi vaccinata per sempre nei confronti della modernità.

Per molti anni dopo ho molto sofferto di questa crisi che vedevo nella Chiesa e anche nella fede. Questo fino a quando non ho cambiato visione, incontrando quella che viene chiamata la “profezia di Ratzinger”: ho capito che tutto quello che stava succedendo era una morte che prevedeva una risurrezione. Mi permetto di dire che sono sicura che il cristianesimo risorgerà, se sappiamo attraversare il deserto in cui oggi ci troviamo.

E sì, vedo dei segni positivi anche in tante iniziative che sorgono. Ma credo che il segno più importante sia nella resistenza della devozione mariana e nella frequenza ai Santuari, che sono diventate delle cliniche dello spirito, perché Maria è, diciamo così, il cordone ombelicale tra l’umanità e Dio. E credo che Lei continui, non solo con le apparizioni, a convertire, a tenere viva la fede nelle persone e a mantenere un piccolo gregge, che però è tenace. Anche perché chi ha fede oggi al 99% è una persona veramente convinta, capace di resistere di fronte a questa modernità che è oggi assolutamente dominante».


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