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NEWS 8 Luglio 2022    di Manuela Antonacci

Tragedia della Marmolada, mons. Bux: «Più che climatica, la crisi è di fede»

Sole a picco e temperature insolite sono state le cause che hanno determinato il crollo del seracco che il 3 luglio si è distaccato dalla Marmolada, causando vittime e dispersi. La stampa e gli esperti si stanno interrogando per lo più sulle cause naturali dell’accaduto, dando la colpa all’inquinamento e all’emergenza ambientale, ma nessuna voce si è levata per guardare al senso ultimo di questa, come di altre disgrazie dello stesso tipo.

Ne abbiamo parlato con monsignor Nicola Bux, docente alla facoltà teologica pugliese, già collaboratore di Benedetto XVI, durante il suo pontificato, come consultore della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, della Congregazione per la Dottrina della Fede, della Congregazione per le cause dei santi nonché dell’Ufficio delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice.

Monsignor Bux, riguardo la catastrofe della Marmolada, l’asse del discorso si è spostato sull’emergenza climatica ma nessuno si è interrogato sul senso della tragedia. Come mai?

«Il senso, vuol dire la direzione di quanto è accaduto. Un tempo si diceva: che destino! Cos’è il destino? È la destinazione dell’uomo, dove deve arrivare alla fine del percorso esistenziale terreno. La risposta di Gesù Cristo è: Dio. L’uomo deve arrivare a Dio. Sant’Agostino, conoscitore dell’animo umano, afferma: “Signore, Tu mi hai fatto per te, e il mio cuore è inquieto finché non riposa in Te”. La morte è il passaggio obbligato di questa destinazione: e può essere naturale o improvvisa o violenta. La morte non l’ha creata Dio, ma, come tutto ciò che distrugge, è la conseguenza del peccato originale dell’uomo, che viene così umiliato nella sua presunzione di sentirsi uguale a Dio. “Chi ti credi d’essere: Dio?”, diciamo ancora oggi. Questa presunzione affiora nella sfida che l’uomo continuamente fa al limite imposto alla sua natura».

Uno degli escursionisti, un turista francese, che si è salvato per poche decine di metri si è definito un “miracolato”. Perché lui sì e altri no?

«Il miracolo vuol dire qualcosa che sospende la legge della natura – non ditelo agli ambientalisti, perché scoprirebbero che è un Altro e non l’uomo il padrone del creato – quell’escursionista forse senza saperlo, s’è accorto che è scampato all’inesorabile sorte degli altri, trascinati via dalla valanga. La risposta alla domanda: perché lui? L’ha data san Paolo a proposito della sua vita: Dio ha pietà di chi vuole lui ed usa misericordia a chi vuole lui. Non è dunque opera di chi voglia né di che cosa, ma di Dio che usa misericordia (cfr. Rm 9,15-16). Questo è il Mistero, con la maiuscola, cioè Dio! Il Mistero è presente in tutta la nostra vita, anche se non ci facciamo caso. Poi capita che Lui, con un evento del genere, fa capolino e dice: “Eccomi, eccomi”, a gente che non pronunciava il suo Nome».

Il poeta Paul Claudel diceva “Dio non è venuto a spiegare la sofferenza, è venuto a riempirla della sua presenza”. È d’accordo?

«Ho sentito che qualcuno sulla Marmolada ha ricondotto la tragedia al karma: non so se egli sapesse cos’è, ma, nella religione indù, è il risultato delle azioni compiute da ogni vivente, che determinerebbe una diversa rinascita nella gerarchia degli esseri e un diverso destino nel corso della nuova vita in cui va a reincarnarsi. In sostanza, i malcapitati se la sarebbero meritata. Cosa dice invece il Vangelo? A Gerusalemme era crollata una torre sotto la quale erano rimasti alcuni operai (cfr Lc 13,1-9). Una disgrazia fortuita. Gli israeliti allora pensavano: se questa gente è morta, vuol dire che era colpevole. Il castigo dunque è meritato. Gesù come sempre, fa capire invece che il giudizio di Dio non corrisponde al giudizio degli uomini e invita tutti alla conversione, perché “se non vi convertirete perirete tutti allo stesso modo”. Cristo ci insegna a leggere gli avvenimenti di ogni giorno, dà a noi l’esempio di un giudizio non fatalistico, sì inesorabile, ma compassionevole, di Dio. Egli, da Figlio, imparò da ciò che sofferse sulla Croce, per questo è causa di salvezza eterna per coloro che credono in lui. A che serve salvare il corpo se non si salva l’anima? Ecco il senso della sofferenza dell’uomo, non solo, ma della stessa natura che geme e soffre come per le doglie del parto. È come se la montagna avesse detto: anch’io soffro per questo…perché pensate solo al corpo e non all’anima? Altro che crisi climatica: siamo in crisi di fede!».

È possibile che anche le disgrazie, come questa, possano diventare in qualche modo occasione di virtù?

«Non si può capire la natura senza la Sacra Scrittura, perché il linguaggio della natura è sempre parola di Dio. La natura è l’altro “libro” scritto dall’Onnipotente; e siccome la mantiene in essere, se ne prende cura – non credete a chi pensa che la natura sia una divinità, cadendo nel panteismo, no – Dio in essa ha impresso la sua volontà. Così, anche un avvenimento tragico è parola di Dio: “Se non vi convertirete…”. Così l’essere umano riflette e, nel suo arbitrio libero, ma imperfetto – il Signore ci ha creati a sua immagine, ma Lui è libero a livello perfettissimo – fa di necessità virtù e si può convertire. Così, si comprende ogni evento tragico alla luce della morte e risurrezione del Signore: il Mistero pasquale. Quindi, non lo chiameremo più dis-grazia, ma grazia».

 

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