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NEWS 14 agosto 2015    
Ucciso perchè non voleva piegarsi agli idoli del suo popolo: Benedict Daswa, martire del nostro tempo

«Benedict Daswa: un uomo di dedizione, fede, integrità. Un uomo di Dio. Un martire». Si apre con queste parole la homepage del sito www.daswabeatification.org.za, creato appositamente in vista della beatificazione di Benedict Samuel Tshimangadzo Daswa, primo martire sudafricano riconosciuto dalla Chiesa, morto il 2 febbraio 1990. La cerimonia avverrà il 13 settembre, a Tshitanini, nella diocesi di Tzaneen, alla presenza del cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi.

 

di Gianpiero Pettiti

La sua vita si svolge tutta a Mbahe, circa 150 km a nord di Polokwane, diocesi di Tzaneen, dove nasce il 16 giugno 1946 in seno al clan Lemba, i cui membri sono conosciuti come gli "ebrei neri", quindi in una famiglia non cristiana. Per la morte prematura di papà, tocca a lui, come primogenito, prendersi cura dell’educazione e dell’istruzione dei tre fratelli e della sorella. Nell’adolescenza si unisce al gruppo dei catecumeni che si raduna sotto un albero di fico, con la guida di Benedetto Risimati, catechista carismatico con una tale influenza sul ragazzo che, quando a 16 anni suonati, chiede il battesimo sceglie il nome di Benedetto, in onore di chi ha accompagnato il suo cammino di fede.

Il lavoro non gli fa paura: gli piace lavorare la terra, continuando insieme ai fratelli la coltivazione del giardino che gli ha lasciato il padre e che in pratica rifornisce di verdura l’intero paese, nel quale i poveri possono andare a comprare senza soldi, mentre i giovani vi possono lavorare per guadagnarsi quanto serve a pagare le spese scolastiche senza gravare sulle loro famiglie. Esigente nel pretendere che ciascuno dia il meglio di sé, giusto fino allo scrupolo perché ad ognuno venga corrisposto il dovuto, Benedetto è soprattutto impegnato sul fronte educativo: maestro elementare e poi direttore di scuola primaria, non si limita alle ore di insegnamento per cui è retribuito, ma sa trasformarsi in guida ed animatore dei giovani nei week-end e nelle vacanze, dotando il villaggio di un campo sportivo ed allenando i ragazzi della squadra di calcio. Non ha paura di sporcarsi le mani anche nei lavori manuali ed ancora oggi tutti lo ricordano mentre con la sua automobile trasporta sassi e ghiaia dal fiume al villaggio per la costruzione della chiesa e della scuola.

Sui 30 anni si sposa con Shadi Eveline Monyai, dalla quale ha 8 figli, per i quali si espone anche al ridicolo, perché sfidando usi e costumi si reca personalmente al fiume a lavare i loro pannolini e aiuta la moglie nelle faccende di casa. Orgoglioso della sua fede, si fa catechista ed animatore della comunità, all’interno della quale gode di una indiscussa autorità, almeno fino a gennaio 1990, quando inaspettatamente gli viene chiesto di pagare il prezzo della sua fede. Nei primi giorni di gennaio, infatti, un nubifragio si abbatte sulla zona e il tetto di molte capanne va a fuoco per una serie di fulmini, che i capi villaggio interpretano come una maledizione frutto di stregoneria. Nel corso di un’animata assemblea si decide così di assoldare uno sciamano, perché con le sue arti magiche individui il responsabile della maledizione e, possibilmente, la allontani dal villaggio, stabilendo di pagarlo con un’autotassazione di 5 rand a testa.

L’unico ad opporsi è Benedetto, perché, spiega, “la mia fede mi impedisce di partecipare a questa caccia alle streghe”, mentre ai compaesani si sforza di spiegare l’origine del tutto naturale di questa anomala caduta di fulmini. Subito guardato con sospetto e schernito per aver rinnegato le tradizioni popolari, gli tendono un’imboscata appena una settimana dopo: alcuni rami messi di traverso sulla strada che deve percorrere lo costringono a scendere dall’automobile, permettendo così l’assalto di un gruppo di compaesani armati di pietre e bastoni. Rincorso e malmenato, riesce a rifugiarsi in una casa, dalla quale tuttavia esce spontaneamente per non mettere a rischio la vita dei proprietari. Bastonato senza pietà, ustionato con acqua bollente e finito a colpi di pietra, raccontano di averlo sentito pregare ad alta voce prima di spirare, mentre i suoi assassini lo schernivano con le stesse parole già udite sul Golgota:”Vediamo se il suo Dio viene ora ad aiutarlo!”.
Ai suoi funerali i sacerdoti indossano paramenti rossi, perché nessuno ha dubbi sul suo martirio e questa convinzione è rimasta inalterata in questi 25 anni. Il che ha permesso un processo-lampo per la sua beatificazione ed un pronunciamento della Congregazione ad appena cinque anni dal deposito della “positio”. Impuniti e perdonati, i suoi assassini ancora oggi si presentano per ottenere aiuti e li ottengono dai figli di Benedetto, “perché, dicono, così avrebbe fatto nostro padre”.

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