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NEWS 29 marzo 2019    di Giulia Tanel

Uomini e donne, “le differenze cerebrali iniziano nell’utero”

Nel celebre libro Gli uomini vengono da Marte e le donne da Venere, John Gray immagina che in un tempo remoto i marziani abbiano scoperto le venusiane e che poi, insieme, abbiano deciso di raggiungere la Terra. «All’inizio era tutto bellissimo», prosegue, «ma poi gli effetti dell’atmosfera terrestre cominciarono a farsi sentire e una mattina al risveglio tutti si scoprirono affetti da un particolare tipo di amnesia… Sia i marziani, sia le venusiane dimenticarono di provenire da mondi diversi e di essere quindi per forza differenti. In una sola mattinata tutto quello che avevano imparato venne cancellato dalla loro memoria…».

Ed ecco quindi che nel 2019 ci ritroviamo a domandarci se uomini e donne sono diversi e, per trovare una risposta, più che affidarci al buonsenso, scomodiamo la scienza… e gli studi, non sempre scevri da influenze politiche e ideologiche a garanzia della loro scientificità, si affastellano.

Un’ultima ricerca in tal senso è stata effettuata da un team scienziati della New York University Langone Health sotto la guida della professoressa Moriah Thomason, ed è stata pubblicata sulla rivista Developmental Cognitive Neuroscience. Analizzando le scansioni cerebrali di 118 bambini nel grembo materno durante la seconda metà della gestazione, la conclusione – peraltro non sorprendente, come ha dichiarato la stessa Thomason al Times – cui gli studiosi sono giunti è che le differenze tra uomini e donne hanno innanzitutto una matrice biologica, la quale precede quelle che potranno poi essere le influenze socio-culturali.

Siamo insomma di fronte a quello che altri studiosi già da tempo hanno definito “cervello sessuato”, con una differenza volumetrica a vantaggio degli uomini (il che ha dato adito, nel passato anche recente, a battute e rivendicazioni circa la superiorità maschile), ma anche con importanti variabili anatomiche e funzionali. Una importante difformità rilevata dal team della Thomason è, ad esempio, quella «nelle connessioni tra parti distanti del cervello», con la constatazione che «le femmine producevano più reti di neuroni “a lungo raggio” man mano che maturavano nell’utero», mentre i maschietti presentavano «connessioni più mutevoli», il che, a detta della professoressa, «potrebbe spiegare perché gli uomini sono più “vulnerabili” delle donne». Naturalmente il risultato di questa ricerca ha suscitato molto clamore e le voci avverse non hanno tardato a farsi sentire: tra queste, «la professoressa Gina Rippon, una scienziata della Aston University, che ha affermato che il nuovo studio non dimostra che i cambiamenti cerebrali iniziano nell’utero».

Eppure, basterebbe guardare le controprove per comprendere che quell’astina mancante della Y maschile rispetto al binomio XX proprio del femminile non è poi così irrilevante. Come afferma Steven E. Rhoads nel suo testo Uguali mai – Quello che tutti sanno sulle differenze tra i sessi ma non osano dire, che vanta una appendice bibliografica di oltre 50 pagine e centinaia di note a piè pagina: «Confrontando maschi e femmine nati da un giorno, si riscontra che le neonate rispondono con maggiore intensità al suono di una voce umana in pericolo. Bambine nate da una settimana riescono a distinguere il pianto di un bambino dagli altri rumori; di solito i maschi non riescono. [….] D’altra parte, a cinque mesi i maschi sono più interessati delle bambine a forme geometriche tridimensionali e luci intermittenti. […] I bambini piccoli, inoltre, cominciano molto presto a dividersi in gruppi dello stesso sesso […]». Difficile pensare che si tratti di influenze precoci della socializzazione.


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