Nel corso del Meeting di Rimini, dove è presente anche Il Timone, al padiglione C4 si è tenuto un significativo evento dal titolo “Il mondo dopo il liberalismo” in cui si sono analizzati gli esiti attuali del mondo post liberale, insieme a tutte le sue derive culturali. Ospite principale Patrick J Deneen, autore de Perché è fallito il regime liberale, docente di scienze politiche dell’università cattolica di Notre Dame, Indian. Nel suo libro ha sostenuto che, in modo sempre più evidente, oggi, assistiamo, nella nostra società, al tradimento delle premesse plausibili da cui era partito il liberalismo, ovvero concepito inizialmente come strumento di liberazione dell’uomo, è divenuto, invece, in seguito, un mezzo di distruzione culturale di massa. Fa notare nel suo intervento al Meeting, punzecchiato a dovere dalle succose domande di Matteo Ferraresi, giornalista di Domani.
Partendo da una citazione di don Giussani richiamata da Ferraresi, in cui il Giuss parla di «antropologia della dissoluzione» riferendosi alla crisi dell’uomo moderno caratterizzata da una perdita del significato dell’esperienza , alla cui base c’è un indebolimento della cultura e del senso di appartenenza, Deneen aggiunge e sottolinea, nel suo intervento, che proprio la radicalizzazione del liberalismo, nel suo impegno cieco nell’esaltare l’individualità a tutti i costi, avrebbe prodotto con il tempo, l’indebolimento e la quasi dissoluzione di istituzioni come la famiglia, la Chiesa e la comunità che, in primis, creano senso di appartenenza e contribuiscono al rafforzamento dell’identità culturale.
Dennen fa notare anche, come, all’inizio, le scelte compiute in nome della “libertà” erano effettuate dai soggetti di queste istituzioni che rimanevano, a loro volta, intatte. In seguito, però, questo processo, si è rivoltato proprio contro le istituzioni che resistevano di più e all’interno delle quali il pensiero “libero” poteva effettivamente manifestarsi: la Chiesa e la famiglia, arrivando a corrodere, appunto, i luoghi stessi del suo sviluppo.
«I liberali fanno spesso un’accusa specifica a chi li critica, di essere “nostalgici” di un tempo che non c’è più», fa notareDeneen, «Invece i più nostalgici che incontro io, sono i liberali che si aggrappano ad un’epoca che non potrà più tornare, ovvero anni che vedevano l’egemonia americana […]I liberali si rivolgono agli anni ‘90 in cui c’era uno stato di diritto in America, in cui si credeva ad es che l’America dovesse liberare il mondo dalla tirannia e che ha provocato molte guerre che ancora si combattono».
Non solo «l’ambizione imperialista americana ha generato le varie guerre condotte dall’America, ma anche la rivoluzione sessuale era legata ad un certo tipo di sovranità, quella sul proprio corpo»- fa notare il professore- che ha portato alla concezione secondo cui «i limiti imposti dalla natura dovevano essere superati perché la libertà dell’individuo, in questo senso, doveva essere riconosciuta dallo stato».
Il liberalismo economico ha dato vita alle disuguaglianze economiche, al lavoro sottopagato e all’annullamento dei confini, continua Deneen e, nei suoi esiti ultimi ha finito per «minare tutte le forme tradizionali contrarie al liberalismo (nazione, famiglia, ecc)». Paradossalmente, come fa notare Ferraresi, «ci troviamo oggi a parlare di un liberalismo in crisi perché ha raggiunto i suoi ideali distruggendo le istituzioni pre liberali che ora i nostalgici vogliono ricreare» e il moderatore si chiede se, date queste premesse, si possa auspicare in qualche modo ad un ritorno al passato.
Deneen non ha dubbi: «L’ordine liberale stesso non può ripristinare ciò che ha distrutto. C’è bisogno di impegno, di una libertà liberale che ha reso questo recupero impossibile. Dopo il liberalismo c’è un post liberalismo umano che cerca di ripristinare prassi e istituzioni, recupera il rifiuto del liberalismo: gli esseri umani non sono esseri individuali orientati ad un livello atomistico nelle scelte individuali. Non si può tornare indietro possiamo solo concepire un nuovo futuro ridando vita ai vecchi insegnamenti e dando loro nuovamente vita».
Ad una concezione del liberalismo come forma di pensiero non scevra di oppressioni, fa da contraltare, la posizione delsecondo relatore dell’evento, il professor Joseph Weller della NYU Law School, Senior Fellow Center for European studies il quale dichiaratamente su posizioni più “moderate” afferma che la ragione dell’attuale dittatura dei diritti non va individuata tanto nel liberalismo quanto nel secolarismo che tipicamente si sofferma sui diritti piuttosto che sui doveri.
«In Europa ci sono due religioni: la maggioritaria è il secolarismo, quella minoritaria è il cristianesimo. Il secolarismo copia lo stato confessionale cattolico». Weller fa notare come il senso del dovere sia trasmesso proprio dalla religione e come la religione crei comunità, entrambi capisaldi che la secolarizzazione, nel suo processo inesorabile, è andata a distruggere. Deneen, interrogato di nuovo, torna a sottolineare che il liberalismo ha fallito perché ha avuto successo, almeno in apparenza, anche se poi di fatto, stiamo assistendo ad una sorta di “eterogenesi dei fini”:
«Il vero liberalismo è stato tradito dalla cultura woke, secondo cui siamo auto creati e, in questo senso, “individui”. Tutto questo si allontana dai valori liberali dell’apertura, dalla circolazione libera delle idee, della tolleranza dei diversi punti di vista di cui era promotore anche Mill che però poneva un limite alla libertà, in particolare alle persone che avevano un punto di vista da despota. Nel post liberalismo non siamo in una condizione in cui uno stato confessionale possa costituirsi, però ci sono anche forme di cristianesimo pubblico che prevedono, ad esempio, il riconoscimento delle feste cristiane, questo può essere rivitalizzato da un impegno pubblico, come può essere il crocifisso nelle scuole». E, in accordo con Leone XIV che dice di piacergli molto, conclude che ci vorrebbe un revival dell’insegnamento cattolico per reindirizzare l’Occidente. (Foto: Screenshot, Axioma, Youtube)
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