Chiesa
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Guardare oltre il caso Ravagnani
Per qualcuno che lascia il sacerdozio, tanti onorano ogni giorno nel silenzio quell’abito e quella vocazione. Ed è al loro, e alla loro fedeltà, che bisogna rendere omaggio
03 Febbraio 2026 - 12:20
Don Alberto Ravagnani (Facebook)
E adesso? La notizia che don Alberto Ravagnani ha deciso di abbandonare il sacerdozio ormai è nota. Se ne parla da giorni. Lui stesso, in un podcast con l’attore Giacomo Poretti, ha voluto soffermarsi su questa sua meditata decisione, già commentata su queste pagine. E quindi, adesso? La domanda è lecita e la risposta, a ben vedere, appare semplice: augurando a Ravagnani il meglio, adesso come fedeli bisogna necessariamente guardare avanti; ma avanti non significa – meglio chiarirlo - al prossimo sacerdote che pianterà la talare al chiodo, bensì a tutti quelli che invece ancora la onoreranno e già la onorano.
Dinanzi ad un noto prete influencer che ha scelto di lasciare il sacerdozio, infatti, la cosa più saggia è soffermarsi su tutti quei sacerdoti che resistono in trincea, quasi sempre ignorati dai riflettori, testimoni d’una fedeltà che il mondo non capisce - e non potrà mai capire – ma che è la sola a fare la differenza. Nel tempo evanescente dei dubbi, dei chissà e del fai come ti pare, è infatti di chi ricorda l’Eterno che c’è bisogno. E nessuno più d’un sacerdote riesce in questo compito: rammentare ad un’umanità sempre più tentata di guardarsi l’ombelico (o lo smartphone) che bisogna invece guardare, e possibilmente pure puntare, in Alto.
I sacerdoti «che restano» sono insomma fondamentali perché testimoni, in tempi difficili, di una fede che resiste; esattamente come quelli che se ne vanno, di fatto, rispecchiano dinamiche opposte. Da questo punto di vista, è importante non nascondersi dietro un dito sottolineando che il tema vero, in tutto il discorso che si sta facendo, è esattamente questo: la perdita di fede. È sempre la stessa storia da decenni. Lo attesta una pioneristica ricerca francese del 1962 a cura di Fernand Boulard il quale, analizzando 455 casi di abbandono del sacerdozio tra il 1905 e il 1960, aveva visto come la maggior parte di essi riflettessero criticità dottrinali, cioè appunto di fede.
Analogamente, un più esteso lavoro di Emilio Colagiovanni su addirittura 8.287 abbandoni di sacerdoti diocesani e religiosi aveva rilevato come le percentuali di quanti domandarono la dispensa per «perdita di fede» tra il 1964 e il 1969 fosse cresciuta di oltre otto volte. Il problema è che – nonostante simili ed inoppugnabili evidenze - si seguita spesso ad imputare la crisi delle vocazioni o la loro fragilità ad altro, come ad un presunto ritardo dottrinale di una Chiesa «poco in ascolto» o restia a mettersi «al passo coi tempi». Una letture delle cose senz'altro gradita alla cultura dominante ma non veritiera, dato che il tema centrale è - e resta - quello della fede.
Per questo, tornando a noi, bisogna andare oltre il caso Ravagnani guardando – e ringraziando – i tanti sacerdoti che restano al loro posto: in chiesa, in confessionale, nelle parrocchie, ad ascoltare le miserie umane e a consolare chiunque sia nella disperazione, riportando sempre l’attenzione su Colui che è davvero «la via, la verità e la vita». Magari non sono preti da copertina, magari non sono atletici, non danzano sorridenti e non hanno la pettinatura alla moda come qualche loro confratello influencer. Magari su Instagram, Facebook e Tik Tok, ecco, non ci sono neppure: però sono accanto a chi chiede di loro e a chi ha sete di parole di vita eterna. E questo è tutto ciò che conta davvero.












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