Lunedì 02 Febbraio 2026

Violenza tollerata

«Dietro le violenze di piazza, una borghesia che tollera». C’è un giudice a Torino

Le parole di Lucia Musti, procuratrice generale di Piemonte e Valle D’Aosta, smascherano meglio di ogni sociologismo la radice degli scontri di piazza visti sabato

Lucia Musti

(Imagoeconomica)

Negli ultimi mesi sempre più spesso le nostre città sono state teatro di tensioni crescenti tra frange antagoniste e forze dell’ordine, con episodi che hanno palesemente oltrepassato il confine della protesta legittima. In particolare, le immagini di una Torino messa a fuoco ci hanno fatto ricordare tempi che speravamo di aver archiviato. Gli ultimi mesi di piazze caotiche e prive di regole hanno raggiunto il loro culmine sabato durante la manifestazione contro lo sgombero di Askatasuna, quando un agente di polizia, il ventinovenne Alessandro Calista, è stato brutalmente accerchiato e aggredito. 

Sbaglia chi pensa si tratti di una degenerazione improvvisa - e i video che ricostruiscono le mosse quasi strategiche di veri e propri professionisti della violenza sguinzagliati contro lo Stato e chi lo serve lo dimostrano. I fatti accaduti sono il frutto amaro di un clima di ostilità sistematica contro lo Stato e i suoi rappresentanti, alimentato da una narrazione compiacente che tollera e minimizza la violenza.

Questo è quanto ha affermato in modo inequivocabile e quasi solenne la procuratrice generale di Piemonte e Valle D’Aosta Lucia Musti durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario. La sua intenzione è stata quella di scuotere le coscienze – per chi ancora ne avesse una – di quella che ha definito «area grigia di matrice colta e borghese»: «Le condotte di turbamento dell’ordine pubblico e di disordini di piazza portano a parlare anche della benevola tolleranza, della lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati, da parte di taluni soggetti appartenenti alla “upper class”». Ce li abbiamo tutti presenti, quei radical chic con Kefiah al collo e Rolex al polso che giocano a fare la rivoluzione, spesso e volentieri comodi sulla loro cattedra. Peccato che “quando il gioco è troppo” ci si fa male. E, spiega Musti, finisce che con «il loro scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in appoggio» si vada «a popolare quell’area grigia» piuttosto che «svolgere una illuminata azione di deterrenza e di rispetto delle regole democratiche».

Quello che ha descritto Musti è un quadro preoccupante di paura e violenza nel quale gli attacchi contro le forze dell’ordine rischiano di venire normalizzati. Riteniamo molto valida l’ipotesi di Musti secondo cui il cuore del problema non risieda solo nelle singole frange violente della piazza, ma soprattutto in chi in qualche modo le prepara e le nutre, quelle piazze: dalla stampa, alle famiglie, agli insegnanti. Queste ultime categorie hanno la reale forza di influenzare le generazioni presenti e future in modo significativo. Questi «cattivi maestri», come li definisce Musti, non fanno altro che generare una sorta di tolleranza acquiescente che indebolisce prima le istituzioni e i ruoli dei garanti dell’ordine comune e poi l’intero impianto democratico. Particolare attenzione ha dedicato alle famiglie, che «dovrebbero dialogare con le istituzioni» anziché infastidirsi per «l’intervento dell’autorità giudiziaria» trasformandosi così in «modelli negativi per i propri figli».

Il risultato lo viviamo sulla nostra pelle. Città costrette a una «limitazione della propria libertà di locomozione e di vita» blindate e tenute «in scacco di pochi ma violenti facinorosi», con il rischio di trasformare le periferie urbane in vere e proprie «periferie dell’anima». Particolare attenzione è stata dedicata alle condizioni delle forze dell’ordine, spesso lasciate sole non solo sul piano operativo, ma anche su quello simbolico. Musti ha richiamato la necessità di riconoscere il loro ruolo come servitori dello Stato e della collettività, sottolineando che delegittimarli significa colpire direttamente la sicurezza dei cittadini. Difendere chi indossa una divisa non può essere una scelta dettata da posizioni ideologiche, ma un dovere che, tra l’altro, conviene a tutti.

Il messaggio finale del discorso è stato chiaro: non esiste libertà senza regole, e non esiste giustizia senza il rispetto delle istituzioni che la amministrano. Minimizzare la violenza, giustificarla o circondarla di narrazioni indulgenti significa percorrere una strada pericolosa, nella quale a perdere sono sempre i cittadini più deboli e lo Stato. Ci auguriamo che la cosiddetta «area grigia» possa ascoltare, ma sappiamo anche che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. 

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