oltre il dolore
MEDIA E TRIBUNALI
Chiara Ferragni prosciolta, ma il problema non è il Pandoro
Chiuso il capitolo giudiziario, si agitano i novelli maestri di etica in difesa beneficienza, nessuno si occupa dell'impatto culturale della regina delle influencer, impregnata di femminismo mediatico: un’idea di emancipazione ridotta a prodotto virale.
16 Gennaio 2026 - 00:05
Chiara Ferragni (Imagoeconomica)
«Finalmente mi riprendo la mia vita». Così Chiara Ferragni ha commentato il proscioglimento nel caso noto come Pandoro gate. Nessuna truffa penalmente rilevante, nessuna condanna. Il diritto ha fatto il suo corso e ha stabilito che il reato, così come contestato, non è più procedibile. Questo, però, non equivale a una patente di correttezza né a una certificazione di trasparenza. Significa solo che non sussistono i presupposti per un’azione penale. L’operazione commerciale che ha innescato il caso non diventa limpida per decreto: resta un esempio emblematico di come il confine tra beneficenza e marketing possa diventare ambiguo, giocando sulla fiducia del pubblico e sulla forza di un brand personale costruito sulla (presunta?) autenticità.
Come sempre accade quando si parla della Ferragni, si sono scatenati i tribunali mediatici: chi la condanna a prescindere manco fosse la saponificatrice di Correggio, chi la assolve a prescindere come novella Maria Goretti. Tutti, però, concentrati ossessivamente sul pandoro, come se l’Italia fosse improvvisamente popolata da paladini della filantropia e maestri di etica. Come se quella vicenda fosse un’imperdonabile caduta morale di una figura dalla specchiata rettitudine.
Vale allora la pena ricordare chi è davvero Chiara Ferragni: la regina degli influencer, la pioniera, la prima. Una donna che più di molte altre ha saputo incidere sull’immaginario collettivo. L’imprenditrice digitale cremonese ha costruito il suo successo proponendosi come modello sociale e culturale di donna “contemporanea”, portavoce di un femminismo semplificato, perfettamente compatibile con le sponsorizzazioni e allineato alle posizioni del transfemminismo mediatico. Un femminismo che non entra mai in conflitto con il mercato, perché è mercato.
L’apice di questa narrazione arriva pochi mesi prima dello scoppio del Pandoro gate, al Festival di Sanremo 2023, inaugurato con la stola firmata Dior e lo slogan “Pensati libera”. Cinque sere di abiti-manifesto e monologhi femministi in cui si rivendicano aborto, fecondazione artificiale e libertà di vestirsi come si vuole come se fossero diritti negati, da strappare con eroismo. Peccato che siano realtà normate, acquisite e praticate da decenni. Purtroppo. In uno dei momenti più emblematici, la Ferragni si presenta con un abito che riproduce il suo corpo nudo mentre rivendica il diritto a vestirsi come si vuole: l’incoerenza elevata a messaggio.
Comunque il sottotesto è chiaro: se non ti senti libera, è perché qualcuno te lo impedisce. Chi? L’uomo innanzitutto. Poi la famiglia, la maternità, la relazione stabile, il corpo. La realtà, in definitiva. Niente di nuovo sotto il sole, ma rilanciato a milioni di follower osannanti pronti a mettere like e a far propria la “lotta al patriarcato” declinato in salsa sanremese e social.
A questo si aggiunge la normalizzazione della monetizzazione totale dell’esistenza. Il corpo, le relazioni, i figli: tutto diventa contenuto, tutto diventa prodotto, tutto diventa storytelling. Non per raccontare la realtà, ma per trasformarla in valore, economico, culturale o mediatico che sia. È qui che la Ferragni ha inciso davvero. Non coi Pandori, ma nell’immaginario. Nel far credere a migliaia di ragazze che quella — esposizione totale, vittimismo permanente, attivismo da brand — fosse la via più semplice al successo. E quello, purtroppo, non si archivia con una sentenza.











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