Femminismo 2.0
Femminismo 2.0
«Fuoco ai pro vita!». È questo il rispetto che si vuol portare nelle scuole?
Nei cortei femministi di ieri contro Pro Vita & Famiglia è risuonata una violenza senza pari. E assai eloquente
09 Marzo 2026 - 12:15
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Festa della donna, dove siamo tutte sorelle ma solo se la pensiamo allo stesso modo. A grandi linee si potrebbe riassumere così quanto è tristemente accaduto ieri durante il corteo di Non una di meno per la giornata internazionale della donna. «Le sedi di pro vita si chiudono col fuoco ma coi pro vita dentro sennò è troppo poco. E se un pro vita muore: champagne! E se non muore: molotov!», questo il grido delle “femministe” di fronte alla sede di Pro Vita a Roma, nel silenzio complice dei politici di sinistra.
Dove sono Schlein, Gualtieri e Zan, notoriamente sempre pronti a lottare contro la violenza? Mentre Non una di meno si riempie la bocca di «inclusività» e «sorellanza», e mentre sciopera per un mondo in cui ogni donna possa essere libera dalla violenza, assistiamo all’espressione più incivile della loro violenza verbale. Come un appuntamento fisso vengono presi di mira i pro vita e chi semplicemente intende difendere proprio tutte (o dovremmo dire tutt*?) le donne, anche quelle che sono ancora in grembo.
Oltre a esprimere la nostra solidarietà a ProVita & Famiglia, ci sentiamo in dovere di far notare un pericoloso connubio. Spesso gli ideali promossi da Non una di meno, come da altre associazioni “transfemministe” sono gli stessi contenuti nei progetti di educazione sessuo-affettiva rivolti a insegnanti e alunni della scuola pubblica. Basta andare sul sito di Non una di meno e cliccare sulla sezione “scuola e formazione” per scoprire che richiedono una scuola «femminista e transfemminista», che abbia «educazione sessuale e affettiva in tutte le scuole» e che venga esplicitamente «affidata alle reti femministe e transfemministe».
Non a casa proprio alla puntata di ieri di Che tempo che fa sono stati invitati Gino Cecchettin e Lorenzo Gasparrini i quali hanno ribadito che, come Fondazione, continueranno il loro percorso per «portare l’educazione sessuo-affettiva come attività curriculare» aggiungendo che «dal nostro punto di vista anche chiedere il consenso ai genitori è un passo indietro». E come mai? Perché in alcuni casi «i genitori non hanno le competenze o non ci sono» ed ecco che «vedere nella scuola uno strumento democratico per arrivare a tutti i ragazzi, pensiamo sia giusto». E questa risposta la dice lunga su chi vorrebbe davvero controllare corpi e menti. Ma il problema sarebbero i pro vita.
Ci dicono che per prevenire la violenza di genere sia necessario introdurre corsi di educazione sentimentale, sessuale e affettiva. Ma dopo le parole utilizzate dalle femministe contro i Pro vita viene naturale chiedersi quale educazione potrebbero mai trasmettere ai nostri figli o al corpo docente. Per approfondire un po’, circa un anno fa, quando uscirono le Nuove indicazioni nazionali per le scuole del primo ciclo, l’associazione Non una di meno lamentava, oltre alla scelta «del maschile universale in tutto il testo» prendendosela pure con la grammatica, «l’esaltazione dei sentimenti di “fiducia, empatia, tenerezza, incanto, gentilezza”» perché banalizzerebbero la realtà della violenza di genere. Come a dire che c’è bisogno al contrario di rabbia, protesta violenta e lotta.
Oltre al fatto che è provato non sussista una correlazione tra educazione sessuale nelle scuole e diminuzione della violenza contro le donne – basta guardare ai Paesi dove c’è da molti anni, noi sulla nostra rivista lo abbiamo approfondito (qui per abbonarsi) -, troviamo sia un contro senso inneggiare al rispetto e allo stesso tempo augurare la morte a chi pacificamente difende ogni vita umana. La verità è che è inutile cercare una logica. Abbiamo troppi precedenti per poter affermare che l’intento di certe frange estreme del femminismo non è costruire una società rispettosa, non è educare a una cultura del rispetto e alla relazione. Tutt’altro. L’obiettivo è ampliare la “prospettiva di genere”, abbattere il “sistema patriarcale” e ribaltare meccanismi che sarebbero interiorizzati e riprodotti nelle famiglie e che, a detta loro, rifletterebbero nella società un sistema di valori che genera violenza. In parole povere, liberiamoci della famiglia, del sesso biologico e di qualsiasi cosa ci tenga “in gabbia”.
Otterremo e stiamo ottenendo solo fumo. Per noi non è niente di nuovo, è l’inganno più antico che si ripropone. Poiché la lotta è contro un femminismo che sa di anti-femminile - e quindi nemico stesso delle donne - preferiamo affidare la nostra risposta a un Santo, Giovanni Paolo II, che aveva a cuore la dignità della donna molto più di alcune frange femministe. Il Papa polacco ha saputo mettere in luce come le figure femminili dei Vangeli è incontrando Gesù che acquistato una libertà interiore. Ispirandosi alla Samaritana, Giovanni Paolo II afferma che «Gesù nel colloquio con questa donna […] è pieno di amore e di comprensione. Ciononostante, raggiunge la verità stessa. Tocca la stessa coscienza. La coscienza è la voce della verità. Gesù guida la Samaritana alla verità su quell’amore». Niente da aggiungere, tanto è inclusivo. (Foto: Screenshot X)













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