venerdì 27 gennaio 2023
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NEWS 12 Ottobre 2022    di Lorenzo Bertocchi

A 60 anni dal Concilio il nodo ancora da sciogliere

Pubblichiamo di seguito un breve stralcio del libro “Rapporto sulla fede” di Vittorio Messori, il testo pubblicato nel 1985 che sollevò un vespaio di polemiche, perché l’allora prefetto dell’ex Sant’Ufficio, il cardinale Joseph Ratzinger, osava avanzare qualche dubbio sulle meravigliose sorti e progressive che venivano attribuite al Concilio Vaticano II da tanti suoi “tifosi”.

L’11 ottobre del 1962, sessant’anni fa, si apriva appunto il Concilio, un evento certamente importante all’interno della vita della Chiesa, ma che per la sua particolare natura, “pastorale”, non ha mai smesso di sollevare questioni. Il rapporto della chiesa con il mondo è il nodo centrale di quell’assise, un nodo forse ancora non risolto.

Ieri papa Francesco, celebrando appunto i sessant’anni del Concilio, ha ricordato che troppe «volte si è preferito essere “tifosi del proprio gruppo” anziché servi di tutti, progressisti e conservatori piuttosto che fratelli e sorelle, “di destra” o “di sinistra” più che di Gesù; ergersi a “custodi della verità” o a “solisti della novità”, anziché riconoscersi figli umili e grati della santa Madre Chiesa».

Il cardinale Ratzinger a Vittorio Messori proponeva una soluzione semplice nella formula, ma che per realizzarla occorrerebbe non limitarsi alla sacrosanta pastorale e ricordarsi che l’istituzione, la legge e la dottrina nella Chiesa non sono orpelli. Una Chiesa senza questi “orpelli” non è più pastorale, finisce solo per essere schiava del tempo. (Lorenzo Bertocchi)

di Vittorio Messori

«[…] il Vaticano II non voleva di certo “cambiare” la fede, ma ripresentarla in modo efficace. Voglio dire inoltre che il dialogo con il mondo è possibile solo sulla base di una identità chiara: che ci si può, ci si deve “aprire”, ma solo quando si è acquisita la propria identità e si ha quindi qualcosa da dire. L’identità ferma è condizione dell’apertura. Così intendevano i Papi e i Padri conciliari, alcuni dei quali certamente indulsero a un ottimismo che noi, a partire dalla nostra prospettiva attuale, giudicheremmo come poco critico e poco realistico. Ma se hanno pensato di potersi aprire con fiducia a quanto c’è di positivo nel mondo moderno, è proprio perché erano sicuri della loro identità, della loro fede. Mentre da parte di molti cattolici c’è stato in questi anni uno spalancarsi senza filtri e freni al mondo, cioè alla mentalità moderna dominante, mettendo nello stesso tempo in discussione le basi stesse del depositum fidei che per molti non erano più chiare”.

Continua [il cardinale Ratzinger, ndr]: “Il Vaticano II aveva ragione di auspicare una revisione dei rapporti tra Chiesa e mondo. Ci sono infatti dei valori che, anche se nati fuori della Chiesa, possono trovare il loro posto – purché vagliati e corretti – nella sua visione. In questi anni si è adempiuto a questo compito. Ma mostrerebbe di non conoscere né la Chiesa né il mondo chi pensasse che queste due realtà possono incontrarsi senza conflitto o addirittura identificarsi”.

Sta forse proponendo di ritornare alla vecchia spiritualità di “opposizione al mondo”?

“Non sono i cristiani che si oppongono al mondo. È il mondo che si oppone a loro quando è proclamata la verità su Dio, su Cristo, sull’uomo. Il mondo si rivolta quando il peccato e la grazia sono chiamati con il loro nome. Dopo la fase delle “aperture” indiscriminate, è tempo che il cristiano ritrovi la consapevolezza di appartenere a una minoranza e di essere spesso in contrasto con ciò che è ovvio, logico, naturale per quello che il Nuovo Testamento chiama – e non certo in senso positivo – “lo spirito mondano”. E’ tempo di ritrovare il coraggio dell’anticonformismo, la capacità di opporsi, di denunciare molte delle tendenze della cultura circostante, rinunciando a certa euforica solidarietà postconciliare”.

A questo punto – anche qui, come durante tutto il colloquio, il registratore frusciava nel silenzio della stanza sul giardino del seminario – ho posto al card. Ratzinger la domanda la cui risposta ha suscitato reazioni vivacissime nel mondo intero. Reazioni dovute anche ai modi incompleti con cui è stata spesso riferita e al contenuto emotivo della parola in gioco (“restaurazione”) che rinvia a epoche storiche certamente non ripetibili né – a nostro avviso, almeno – neppure auspicabili.

Ho chiesto dunque al Prefetto della Fede: ma allora, riguardando quanto lei dice, sembrerebbero non avere torto coloro che affermano che la gerarchia della Chiesa intenderebbe chiudere la prima fase del dopo Concilio; e che (seppure ritornando non certo al pre-Concilio ma ai documenti “autentici” del Vaticano II) la stessa gerarchia intenderebbe procedere a una sorta di “restaurazione”.

Ecco la risposta testuale del Cardinale: «Se per restaurazione, si intende un tornare indietro, allora nessuna restaurazione è possibile. La Chiesa va avanti verso il compimento della storia, guarda innanzi al Signore che viene. No: indietro non si torna né si può tornare. Nessuna “restaurazione”, dunque, in questo senso. Ma se per “restaurazione” intendiamo la ricerca di un nuovo equilibrio (die Suche auf ein neues Gleichgewicht) dopo le esagerazioni di un’apertura indiscriminata al mondo, dopo le interpretazioni troppo positive di un mondo agnostico e ateo; ebbene, allora una “restaurazione” intesa in questo senso (un rinnovato equilibrio, cioè, degli orientamenti e dei valori all’interno della totalità cattolica) è del tutto auspicabile ed è del resto già in atto nella Chiesa. In questo senso si può dire che è chiusa la prima fase dopo il Vaticano II» (…)


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