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NEWS 31 Maggio 2023    di Valerio Pece

Arisa cacciata dal Pride: «Non è una madrina certificata»

Sommersa dalle critiche, Arisa rinuncia a fare la madrina ai Gay Pride di Milano e Roma, le manifestazioni dell’“orgoglio arcobaleno” previste a giugno. Lo fa con un comunicato stampa in cui, mentre accenna al linciaggio ricevuto, approfitta per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. La vicenda, che dura da giorni e che racconta plasticamente la violenza del mondo LGBT+ verso idee anche soltanto non perfettamente coincidenti con le proprie, nasce da un apprezzamento della cantante per la premier in carica. Una confidenza fatta a Peter Gomez durante la trasmissione che il giornalista conduce sul canale Nove: «Giorgia Meloni mi piace perché ha molta cazzimma», termine che nello slang napoletano sta per grinta, risolutezza, coraggio. Queste le scandalose parole della cantante lucana, che poi a mo’ di presagio precisa candidamente: «So che questa cosa andrà contro di me. Una volta ho fatto un discorso dicendo che la signora Meloni mi piaceva. Tutti i miei amici mi avevano sconsigliato di farlo, affermando che sarei stata additata come fascista».

«HO RICEVUTO INSULTI PESANTISSIMI»

É quanto puntualmente accaduto, tanto che nei giorni successivi Arisa ha dovuto sottoporsi ad un “processo di riabilitazione” (certi fili non si toccano). Ospite nel salotto domenicale di Mara Venier, in un primo momento ha addirittura tentato un passo di lato («Permettimi Mara, c’è stata una sorta di misunderstanding»), ma dopo la pioggia di insulti subiti, che non accenna a terminare, l’Arisa nazionale ha preferito desistere. Il comunicato stampa, pur conciliante e attentissimo nei toni, rimane comunque uno dei pochi atti di resistenza al conformismo musicale imperante (il Timonequi per abbonarsi ha dedicato al tema il ricco dossier di novembre, “Le solite note”, nonché un ping-pong televisivo tra chi scrive e Francesco Lorenzi, leader dei The Sun). Nel suo annuncio Arisa gioca col bastone e la carota, e all’iniziale «mi spiace immensamente per il momento che stiamo vivendo e spero che col tempo potremo di nuovo comunicare», fa subito seguito la descrizione di quanto sùbito: «Per adesso sono solo insulti pesantissimi da parte di alcuni di voi che non so come decifrare».

IL SUSSULTO DI SCALFAROTTO ( E IL CALCIO ALL’ASINO DI LUXURIA)

Di fronte all’intolleranza dei buoni, Arisa aggiunge un ulteriore (e inquietante) tassello: «Oggi al mio manager è stato consigliato da parte degli organizzatori, di dirmi di non presentarmi al Pride di Milano». Un modo garbato per dire che avrebbe rischiato anche altro? Il punto è stato colto, ed è tutto dire, finanche da Ivan Scalfarotto, che la compagine renziana sembra aver reso meno tranchant, il quale stigmatizza il tono vagamente paramafioso dell’invito rivolto alla cantante e scrive: «E quindi obliquamente le si “consiglia di non presentarsi” al Pride, che sarebbe in teoria la manifestazione dell’inclusione per eccellenza». Agli antipodi rispetto al senatore di Italia Viva c’è Vladimir Luxuria, ex madrina dei Pride (ruolo peraltro in passato svolto dalla stessa Arisa), la quale, negando la parola degli stessi organizzatori, affossa la cantante con fare sprezzante: «Nessuno le ha vietato di partecipare. Basta vittimismo, la prossima volta magari andrà a una manifestazione di Fratelli d’Italia».

PER MERITARE LA GOGNA BASTA NON INSULTARE GIORGIA MELONI

Nel comunicato con cui Arisa accetta di smarcarsi dal Pride non manca un tocco di ironia: «Io sarei venuta volentieri. Però se ho fatto qualcosa di così tanto grave da meritare un trattamento così esclusivo, credo che non parteciperò neanche al pride di Roma». Ovviamente nessun endorsement politico avrebbe potuto giustificare la pioggia di insulti che la cantante continua a ricevere, men che meno le equilibratissime parole che Arisa, ospite di Gomez, ha speso per la Premier :«Sono sempre stata dalla parte delle minoranze e anche le donne per anni lo sono state. Vedere oggi Giorgia Meloni, una donna come me, ricoprire quella carica, mi rende fiera ed orgogliosa». Nient’altro che solidarietà femminile, anche un po’ abusata, ma in certi ambienti non insultare quello che dev’essere considerato un nemico, è motivo sufficiente per essere messi alla gogna.

 «LA DIVERSITÀ È RICCHEZZA. ME L’AVETE INSEGNATO VOI»

C’è di buono che le parole con cui Arisa – cresciuta in provincia di Potenza e nata artisticamente in quel CET di Mogol che non a caso ha per motto «Formare l’uomo per formare l’artista» – stanno finalmente aprendo un dibattito sulla libertà di pensiero. «Mi dispiace davvero tanto», ha concluso l’interprete di brani come Sincerità e Controvento, «Buon Pride a tutti, divertitevi anche per me: vi auguro di trovare un piano di svolta e di realizzare i vostri sogni legittimi per essere felici». Poi la chiosa finale, una stoccata destinata a risuonare a lungo: «Prima di salutarvi un’ultima cosa la voglio scrivere: la diversità è fatta di opinioni, di esperienze e di modi di vedere la vita. La diversità è ricchezza. Me l’avevate insegnato voi».

 ATTENTI ALLE MADRINE «NON CERTIFICATE»

Quanto alle reazioni, quella dell’attivista arcobaleno Dario Accolla (collaboratore del Fatto Quotidiano) le supera tutte: «E dopo Lorella Cuccarini e Cristina D’Avena [vedi qui, ndr], diciamo addio ad Arisa. Alla mia comunità dico: basta con madrine non certificate ai pride». Dove quel «madrine non certificate» (neanche fossero tubi in acciaio buoni a trasportare slogan intoccabili) ha scatenato l’ironica di Rocco Tanica, tastierista di Elio e le Storie Tese. «Buonasera dott. Accolla», ha twittato il musicista, «sono perfettamente d’accordo con Lei, basta con i pride pasticcioni che usano madrine non certificate. Io vorrei essere certificato, cosa bisogna fare?». Ma l’attivista LGBTQ+ non è ancora pago, e di fronte alla marcia indietro (forzata) di Arisa, rilancia: «No tesoro, non sei tu che rinunci, è che se ti piace l’estrema destra non sei la benvenuta a casa nostra. Per te c’è Atreju. O il family day». Zeffirelli, Pasolini, Poli, Testori, Arbasino si gireranno nella tomba, ma tant’è. La vera “macchietta” è tutta qui, in un pensiero povero e profondamente razzista. (Foto: Imagoeconomica)

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