mercoledì 23 settembre 2020
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NEWS 17 luglio 2019    di Giulia Tanel
Nuovo codice della strada contro la libertà di espressione

Anche in queste settimane di piena estate, contraddistinte da un clima più disteso e vacanziero, non è possibile abbassare la guardia sull’operato della politica rispetto a temi sensibili, perché lo sgambetto è sempre dietro l’angolo. Questa volta, l’ambito d’interesse è il nuovo Codice della Strada 2019, che potrebbe presto diventare legge: il testo unificato è infatti stato approvato dalla Commissione Trasporti della Camera ed è passato all’Aula di Montecitorio da dove, dopo probabili nuove modifiche, passerà al Senato per il voto definitivo in autunno.

Ebbene, al di là delle riforme più o meno giuste in esso contenuto, rispetto alle quali non entriamo qui nel merito della valutazione, il nuovo Codice della Strada contiene un passaggio molto delicato (vedi immagine sopra), seppure – chissà come mai – i media mainstream non gli abbiano dato particolare peso.

Infatti, in virtù di un emendamento proposto dal Partito Democratico e che pare abbia ricevuto l’approvazione del Governo, all’articolo 23 del Codice in materia di cartelloni pubblicitari sono stati aggiunti i commi 4-bis, 4-ter e 4-quater. Testualmente, lo riportiamo ancora di seguito: «[…] con il comma 4-bis si vieta sulle strade e sui veicoli ogni forma di esposizione pubblicitaria il cui contenuto proponga messaggi sessisti, violenti o stereotipi di genere offensivi o proponga messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso, dell’appartenenza etnica, ovvero discriminatori rispetto all’orientamento sessuale, all’identità di genere, delle abilità fisiche e psichiche». Mentre il comma 4-ter e 4-quater entrano nel merito dell’applicazione di quanto appena riportato, nonché del rilascio delle autorizzazioni e delle possibili sanzioni.

Anche una persona profana di diritto può cogliere l’intento liberticida e ideologico soggiacente a questa specifica modifica del Codice. Un intento peraltro non dissimulato dalle deputate del Pd Alessia Rotta (vice capo gruppo vicaria) e Raffaella Paita (capogruppo in Commissione trasporti) che, pronunciandosi in relazione alla campagna contro l’utero in affitto lanciata da Pro Vita & Famiglia la settimana scorsa, e che hanno definito «aberrante» (la pubblicità, non la pratica!, ndR), hanno candidamente dichiarato che fortunatamente questo non potrà più verificarsi proprio grazie all’emendamento proposto dal Pd, per poi chiosare che «laddove non arriva la sensibilità umana, ci penserà la legge».

Di tutt’altro parere è ovviamente Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia: «La modifica dell’art. 23 del Codice della Strada è molto pericolosa», ha dichiarato al Timone, «anche perché altro non è che il copia-incolla del regolamento sulle affissioni comunali di Roma Capitale, ossia quel regolamento che ha multato (si parla di circa 400 euro a manifesto, per un totale di circa 20.000 euro) e fatto rimuovere i manifesti contro l’utero in affitto a ottobre e ha impedito le nuove affissioni che avevamo pronte per luglio. L’intento liberticida è quindi evidente: innanzitutto perché si va contro la stessa Costituzione, che sancisce la libertà di espressione; e in secondo luogo perché si tratta di una norma talmente larga e interpretabile che ognuno potrà applicarla come vorrà. Per esempio, quando si parla di “identità di genere”, quanti sono i generi? Oppure: quali sono le “libertà individuali” di cui si parla? Dato poi che sappiamo qual è l’intento pretestuoso di chi ha presentato l’emendamento, siamo ancora più preoccupati perché è chiaramente un tentativo volto a bloccare definitivamente, e questa volta in tutta Italia, qualsivoglia campagna in favore di vita, famiglia e libertà di educazione».


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