venerdì 15 gennaio 2021
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NEWS 10 gennaio 2021    di Lorenzo Bertocchi
Così spunteranno altri cento, mille, diecimila Trump

I fatti di Washington di mercoledì scorso possono facilmente creare tifoserie, ma per trovare l’epicentro di questo terremoto, e cercare di comprenderlo nella sua faglia più profonda, forse bisogna andare alla mossa di Twitter, uno dei principali social network, che ha silenziato per sempre l’account del presidente degli Stati Uniti (Facebook ha fatto una cosa analoga).

Il fatto di silenziare Trump rappresenta, come ha scritto John F. Harris su Politico, «l’enigma essenziale dell’Era Trump», nel senso anche del crocevia per comprendere il suo fenomeno politico.

La democratizzazione egualitaria che il web ha rappresentato nel mondo della comunicazione, e quindi della politica, è stato un cavallo di battaglia di tanti movimenti che per decenni hanno fatto battaglie contro il mainstream editoriale perché reo di fornire un filtro al dibattito libero.  Ma la mossa contro Trump di Twitter e di Facebook, altro non è che una nuova forma di filtro delle élite della comunicazione, nessuno ha eletto Jack Dorsey o Mark Zuckerberg, eppure il loro potere è enorme. Se anche la censura al “cattivissimo” Trump fosse stata fatta con le migliori intenzioni, il boomerang di questa decisione arriverà indietro direttamente nei denti.

Perché non è censurando Trump che si può pensare di “rieducare” la gente che ha seguito e segue ciò che l’ormai ex presidente ha rappresentato e rappresenta nel panorama politico mondiale. Anzi, così facendo si rischia di estremizzare un’istanza che esiste ed è profonda: la richiesta, che arriva soprattutto dalle middle class occidentali, di colmare una distanza. Di riempire un vuoto che potremmo definire anche esistenziale oltre che economico. E la censura dei social non fa altro che aumentare ancora la percezione di questo fossato, agendo come un cane che si morde la coda.

Inoltre, si può notare che più la società si secolarizza, più aumenta il disagio, e più la politica diventa una “fede”, un porto escatologico. E si estremizza. Diventa una religione tutta terrena che può assumere varie sembianze. In poche parole c’è, di fondo, un problema spirituale irrisolto, ma questo ci porterebbe lontano, sebbene al cuore metafisico della questione.

Tornando però con i piedi per terra, forse di fronte alle intemerate di Trump la cosa più sensata per far riprendere autentica fiducia nel sistema democratico degli Stati Uniti sarebbe quella, come ha scritto Jonathan Turley su Usa Today, di istituire davvero una commissione federale sulle elezioni 2020. Per una ragione semplice: c’è una larga fetta dell’elettorato americano che ritiene vi siano state frodi, in un elezione che ha visto il massiccio utilizzo di voto per corrispondenza e nuovi meccanismi elettorali. L’istituzione di una commissione federale sarebbe forse poco, ma almeno sarebbe un primo passo per dare risposte e tentare di sanare una enorme ferita, in modo concreto.

Poi qualcuno dovrà chiarire cosa devono essere i social network e il loro ruolo nel campo della libertà di espressione e della politica, altrimenti all’orizzonte si stagliano non uno, ma cento, mille, centomila Donald Trump.


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