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NEWS 27 settembre 2018    di Giulia Tanel
“Siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte”

La situazione di conflitto in Siria si trascina ormai da anni, con risvolti civili e politici di portata nazionale e internazionale. Questa guerra tuttavia, nonostante il silenzio dei media, ha anche una matrice religiosa, che vede i gruppi jihadisti accanirsi contro i cristiani, come evidenziato nel dossier del numero di settembre del Timone nel quale sono raccolte le voci dei fratelli cristiani che vivono una quotidiana persecuzione a motivo della religione, ma che con la loro fedeltà a Cristo si fanno preziosi testimoni agli occhi del mondo.

In questi giorni, alla loro voce si è unita quella di una manciata di cristiani che, sostenuti da due frati della Custodia di Terra Santa, padre Hanna Jallouf e padre Luai Bsharat, sono rimasti nei villaggi di Knayeh, Yacoubieh e Gidaideh, situati vicino alla roccaforte jihadista di Idlib, nel nord-ovest del Paese. Qui, riporta Agen Sir, la vita delle persone è ogni giorno più problematica, tra la difficoltà nel ricevere aiuti e la paura sempre crescente per via dei rapimenti, le esecuzioni sommarie e gli omicidi. L’auspicio – come pareva nei giorni scorsi, alla luce di un accordo tra Vladimir Putin e Tayyip Erdogan – è che questa zona possa presto venire demilitarizzata, in maniera tale da mettere in sicurezza i circa due milioni e mezzo di siriani che vi sono rifugiati.

«Non sappiamo come andrà a finire», afferma padre Hanna, «i ribelli non intendono né arrendersi, né ritirarsi. Se lo facessero tutti noi che viviamo qui, cristiani e musulmani, ne trarremmo giovamento».

A parlare non è una persona priva di esperienza o demoralizzata, tutt’altro. Nel 2014 padre Hanna è stato rapito assieme a 16 parrocchiani e tenuto in ostaggio diversi giorni: «Volevano costringerci alla conversione e prenderci il convento», ricorda oggi, «ma siamo rimasti saldi nella fede e tornati a casa più forti e motivati di prima».

E che la fede, nonostante tutto, continui a essere il centro della vita di tanti di questi cristiani, lo dicono i fatti: «Ogni giorno vengono in chiesa almeno 50-60 persone», spiega padre Hanna. «La domenica sono molte di più perché arrivano anche dai villaggi vicini. I cristiani che vivono nei tre villaggi sono circa 1.100, tra latini, armeno-ortodossi e greco ortodossi». Ovviamente il tutto va svolto con la massima prudenza, senza grandi proclami pubblici: «Le nostre celebrazioni sono tollerate solo se svolte all’interno della chiesa», continua infatti il padre, «ma ci è vietato esporre all’esterno croci, statue dei santi, immagini sacre, suonare campane». Lui, poi, un paio di mesi fa è stato ammonito dal tribunale religioso «di non vestire più l’abito da frate in quanto segno religioso indicante la fede cristiana. Così mettiamo il saio in valigia quando dobbiamo muoverci e lo indossiamo nelle zone dove ci è permesso».

I fondamentalisti non avranno la meglio: «Siamo cristiani e lo resteremo fino alla morte», affermano ancora i nostri fratelli, con la solida consapevolezza – maturata nella preghiera – che «nel dolore e nella sofferenza viviamo un tempo di grazia» e che Dio sta vegliando sulla loro vita.


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