domenica 27 settembre 2020
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NEWS 26 maggio 2020    di Raffaella Frullone
Dagli Stati Uniti alla Cina passando per la Scozia. La surrogacy non ha confini

«Dopo settimane di attesa, una coppia californiana è stata felice di portare a casa la figlia nata da una madre surrogata in Ucraina, sebbene il coronavirus abbia complicato le cose». E’ questo l’incipit di un articolo apparso qualche giorno fa sul sito della testata CBS Sacramento.

Mentre in Italia si diffondevano le notizie relative ai bimbi nati da utero in affitto e stipati a decine nella hall dell’hotel Venezia a Kiev in attesa dei cosiddetti “genitori d’intenzione”, bloccati in patria a causa dell’emergenza Covid, qualcuno è riuscito a partire e pure a tornare dalla California, con tanto di bimbo in braccio. L’articolo non specifica se si tratta di una pratica gestita dalla BioTexCom (di cui abbiamo parlato), ma sappiamo che ci sono altre cliniche per l’utero in affitto in Ucraina. Riferendosi a suo marito, Michelle Leineke, la donna protagonista della vicenda, ha detto: «Non abbiamo potuto andare a prender la bambina insieme» a causa dell’emergenza Covid. Dunque a partire è stata solo lei, ha dovuto osservare la quarantena una volta giunta dagli Stati Uniti in Ucraina, poi è tornata, scrive CBS Sacramento «portando con sé un preziosissimo bagaglio a mano, la piccola Ember Raine». Un bagaglio a mano c’è scritto.

Ma d’altra parte si sa che il processo di normalizzazione dell’utero in affitto prosegue su scala mondiale. È solo di qualche settimana fa la notizia, apparsa sulla testata inglese Metro, che per la prima volta nel Regno Unito una coppia di uomini «avrà un figlio» tramite utero in affitto che sarà pagato interamente dal servizio sanitario nazionale. Ross e Chris Muller spiegano che prima di sapere «di poterlo ottenere dal NHS [il servizio sanitario inglese, ndr], abbiamo valutato di percorrere questa strada privatamente, ma il processo di maternità surrogata ci sarebbe costato circa 45.000 sterline». E così, si legge nell’articolo, «una madre surrogata, proveniente da Cambridge, è stata assunta attraverso una società privata e in totale sono stati creati otto embrioni da ovuli donati [che poi non sono mai donati ma venduti, ndr] e il seme di Ross. Un embrione è stato poi trasferito nel ventre della mamma surrogata lo scorso novembre».

Si potrebbe dire povero Occidente, non fosse che l’utero in affitto è riuscito a penetrare anche in Cina. Titola il South China Morning Post del 24 maggio: «I genitori cinesi Lgbt trovano la famiglia e la gioia attraverso la maternità surrogata». Nell’articolo il solito copione, la coppia di persone dello stesso sesso discriminata perché non può procreare e la “soluzione” a portata di mano, ovvero un’agenzia con sede a Guangzhou, nella provincia cinese del Guangdong. Il proprietario dell’agenzia spiega che «le surrogate di altri paesi [principalmente Thailandia, ndr] partoriscono in Cina perché l’assistenza medica è spesso più avanzata. La mia agenzia assicura inoltre che il bambino ottenga un certificato di nascita cinese». Tutto regolare insomma, e nell’articolo non manca lo spot politicamene corretto: intervistato sul tema, Ke Qianting, docente di “uguaglianza di genere” all’Università Sun Yat-sen a Guangzhou, spiega di non essere affatto d’accordo con chi dice che la pratica si basi sullo sfruttamento del corpo delle donne: «Considerare le donne come uniche vittime significa non essere in grado di distinguere tra situazioni specifiche, è un fallimento perché non si considera l’autonomia che hanno sui loro corpi».

Il peggio dell’Occidente penetra persino in Cina. Che forse non è poi così isolata dal resto del mondo, come insegna il Covid. Non per niente si chiama Nuovo ordine mondiale.


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