martedì 22 settembre 2020
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NEWS 14 febbraio 2020    di Giuliano Guzzo
Denunciamo la denatalità senza capirla

Ci stiamo spopolando. Denatalità inarrestabile. Italia sempre più vecchia. Da qualche tempo anche la grande stampa si è accorta della questione «culle vuote», come dimostra la grande eco avuta in queste ore dalle 10 pagine dei più recenti indicatori demografici Istat, che certificano come al 1° gennaio 2020 i residenti, in Italia, ammontassero a 60 milioni 317mila, ben 116.000 in meno su base annua.

D’accordo ma come mai queste «culle vuote»? Perché, cioè, nascono sempre meno bambini? A sentire gli stessi media che oggi – meglio tardi che mai – denunciano il problema denatalità, la gran parte del guaio deriverebbe dalla crisi economica, con conseguente precarizzazione dei giovani, incertezza sul futuro, eccetera. Peccato che le cose non stiano proprio in questi termini, ed esista una radice anche storicamente più profonda alla base della denatalità: la crisi dei matrimoni.

Più precisamente, le «culle vuote» sono espressione di un poco noto male che si chiama precariato affettivo, e che si esprime in due equazioni micidiali: meno matrimoni celebrati uguale meno figli, più divorzi, quindi più instabilità coniugale, uguale minore tendenza a fare figli. Può piacere o no, ma le cose stanno esattamente così.

In effetti, è dai 418.944 matrimoni del 1972 che la curva delle nozze – guarda caso proprio nel periodo in cui il divorzio, la prima di tante «conquiste civili», che oggi quasi più nessuno avversa, faceva la propria comparsa – ha iniziato una picchiata verticale, avviando l’inverno demografico che già nel 1977 – quarant’anni fa – vedeva l’Italia sotto il tasso di sostituzione (2.1 figli per donna). Negli anni Ottanta, quando economicamente si stava benissimo rispetto a oggi, la tendenza del figlio unico si è poi radicata e nel 1993 i morti hanno superato i figli. Questo è.

Senza mettere  a fuoco la portata negativa del divorzio e del calo delle nozze l’inverno demografico non solo non si può combattere, ma neppure comprendere. Che le cose stiano in questi termini è ormai chiaro anche latitudini remote rispetto a quella italiana. Per esempio, nel luglio 2019 Thein Swe, ministro della Birmania – Paese asiatico a maggioranza buddista e perciò non tacciabile di cattolicesimo -, ha dichiarato che uno dei motivi del calo del tasso di natalità nel suo Paese è «il crescente numero di donne non sposate». Ora, ma se ci sono arrivati in Birmania, perché da noi si fatica tanto a capirlo?

Ha senso chiederselo dato che i dati per mettere a fuoco questa realtà non mancano, anzi, a livello europeo. Per esempio, già nel 2004 un report intitolato Low Fertility and Population Ageing, sulla base delle evidenze acquisite in molteplici Paesi europei, indicava come la fertilità nelle coppie conviventi sia più bassa rispetto alle coppie sposate «quasi ovunque».

Il collegamento tra calo delle nascite e calo dei matrimoni, insomma, è fuori discussione. Poi certo: sposarsi non significa automaticamente, per una coppia, avere molti figli, ed esistono a questo proposito numerosi riscontri di come a far la differenza a livello matrimoniale siano i valori. Nello specifico, è noto come le coppie religiose facciano più figli – anche molti di più – delle coppie che non frequentano i luoghi di culto o sposate civilmente.

Tuttavia, sarebbe già un passo avanti notevole, per l’Italia e per l’Europa, capire che l’antidoto alla denatalità non passa attraverso l’immigrazione – che già anni addietro un articolo apparso sulla rivista International Journal of Andrology ha definito «non essere una soluzione realistica all’invecchiamento demografico» – né attraverso il pur importante quoziente familiare. Perché, lo si ripete, dietro le «culle vuote» ci sono i pochi matrimoni e la secolarizzazione, insomma le chiese vuote. Prima lo si capirà, meglio sarà per l’Italia e per l’Europa, il continente più secolarizzato e, guarda caso,  il solo a rischio spopolamento.


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