venerdì 22 ottobre 2021
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NEWS 16 settembre 2021    di Sebastiano Caputo

Diario da Kabul – Sulla strada verso Jalalabad

Per comprendere le tensioni in Afghanistan occorre mettersi in macchina e dirigersi nelle zone tribali, di preciso a Jalalabad, capoluogo del Nangarhar.  È quello l’epicentro del conflitto tutto interno alla galassia confessionale, il luogo dove negli ultimi anni lo Stato Islamico del Khorasan ha colpito più duramente la popolazione civile con attentati suicidi, dove Al Qaeda si è rifugiato, dove i droni americani hanno sferrato i loro missili contro le cellule terroristiche. Anche se gli ultimi, secondo un reportage della CNN avrebbero centrato famiglie che con l’Isis-K non avevano nulla a che fare.

Sulla strada che da Kabul conduce a Jalalabad, tra le rocce che accompagnano le gole di Sorobi, c’è anche scolpito il ricordo di una giornalista italiana che, vent’anni fa, proprio in Afghanistan perse la vita per mano dei talebani: Maria Grazia Cutuli. Un viaggio lungo che improvvisamente, superate le montagne afghane, incontra la cintura di sicurezza innalzata dagli studenti coranici. Sono loro i guardiani del Nangarhar. I checkpoint si susseguono l’uno dopo l’altro, a distanza ravvicinata, i soldati controllano tutte le automobili di passaggio, e prima di farle ripartire, col walkie talkie chiedono ai soldati posizionati al checkpoint successivo se il sentiero è libero da assalti e rappresaglie.

Poi ogni tanto spuntano i bambini, tra un posto di blocco e l’altro spuntano i bambini che per portare a casa il pasto della giornata vendono ai viaggiatori il merchanding. Bandiere, fasce, portachiavi bianchi, con la shahada, la professione di fede islamica, stampata in nero. La mappatura dell’area vuole che le strade e i villaggi vengono controllati dai talebani, anche col supporto del governo di Islamabad che finanzia la messa in sicurezza dell’Af-Pak, soprattutto per bloccare l’emorragia di profughi che si dirigono verso la frontiera di Torkam. Il traffico di merci tra i due Paesi viene gestito interamente da Al Qaeda che con la sua struttura orizzontale, si è trasformato da gruppo armato a network di trafficanti, e poi tra le montagne si sono rifugiati i miliziani dello Stato Islamico del Khorasan.

Da quando i talebani presidiano l’area, l’autostrada del Jihad, che dalla Siria porta all’Afghanistan, si è momentaneamente bloccata. Mancano gli uomini, le armi, e soprattutto i soldi. A Jalalabad dicono che a parte qualche operazione di banditismo, travestiti da talebani, di questi combattenti non se ne vedono più da un mese. Persino le moschee salafite, vicine all’area dura, sono state chiuse dal nuovo governatore. L’ultimo sussulto risale ormai al durissimo attentato all’aeroporto internazionale durante le evacuazioni, poi si temevano nuovi attacchi che però non si sono materializzati. L’Isis-K tiene un profilo basso, temporaneo, e sicuramente potrebbe trattarsi di una ritirata che per ora è soltanto strategica.

Come scrivevamo nell’articolo precedente, “è nella guerra civile che prosperano questi movimenti”. La domanda che tutti a Kabul si pongono è proprio questa: quanto durerà il governo di “compromesso” talebano? Il Mullah Baradar e la rete Haqqani, agli occhi dell’opinione pubblica, e della comunità internazionale, hanno l’obbligo di offrire unità e sicurezza nel breve periodo, nonché la progressiva ripresa dell’economia nel medio, altrimenti se non rispetteranno queste promesse, il futuro dell’Afghanistan rimane appeso a un filo sottilissimo. I talebani lo sanno bene, infatti l’11 settembre, vent’anni dopo l’attacco alle torri gemelle, non c’è stata nessuna manifestazione di una retorica identitaria vagamente anti-occidentale.

Le autorità dell’Emirato hanno mantenuto un profilo basso, e a Kabul, è stato un giorno come tutti gli altri. Ma i simboli rimangono, come l’ambasciata americana, occupata dalle forze speciali della Brigata Badri 313, e trasformata in un monumento della liberazione. Anche lì, sulle pareti della muraglia che circonda l’edificio, sono stati disegnati nero su bianco, gli slogan e gli stemmi dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Anche se qualche chilometro più in là, all’aeroporto internazionale della capitale, l’atmosfera è un’altra. Da poco hanno riaperto i voli nazionali dell’Ariana Afghan Airlines, e gli ingegneri e militari di Turchia e Qatar lavorano giorno e notte per rispristinare anche quelli internazionali.  Sulla parte del Terminal 1 campeggia un pannello gigantesco con sopra scritto: “The Islamic Emirate of Afghanistan seeks peacefull and positive relations with world”. Firmato Sirajjudin Haqqani, il capo degli intransigenti. Benvenuti nel Paese più surreale del mondo, diciamo noi.


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