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NEWS 30 Ottobre 2021    di Valerio Pece

Giovanardi: «Sulla liberalizzazione della cannabis i radicali mistificano. Vi spiego perché»

Sono state depositate le 630mila firme raccolte dai Radicali per il referendum sulla cannabis legale. La Corte di Cassazione nei prossimi giorni ne valuterà la validità, spetterà poi alla Corte Costituzionale dichiarare la legittimità del referendum e fissarne la data di svolgimento. Se il referendum sulla legalizzazione della cannabis passasse, le novità sarebbero tali e tante che cambierebbe il paradigma con cui da sempre gli italiani idealmente si accostano all’emergenza droga. In quest’intervista a tutto campo, l’ex Senatore Carlo Giovanardi (26 anni in Parlamento e profondo conoscitore del tema) indaga i quesiti del referendum. Svelando  molti altarini.

Senatore Giovanardi, a proposito del referendum sulla legalizzazione della cannabis lei ha parlato di “grande mistificazione”. Ci spiega?

«Sì. I radicali continuano a dire ovunque, in maniera martellante, che migliaia di ragazzi che fumano spinelli finiscono in galera, che in Italia c’è una repressione che addirittura riempie le galere».

Non è così, ci pare.

«Assolutamente no. Prendiamo il caso recente di Luca Morisi. Come hanno scritto tutti i giornali, poiché la cocaina che gli avevano trovato in casa era per uso personale, lui non è incriminabile. L’uso personale delle sostanze, in Italia, non è reato, quindi il presupposto su cui i radicali e la Bonino raccolgono le firme per la liberalizzazione è totalmente falso. Ma c’è di più».

Cosa?

«Chi viene condannato fino a sei anni di carcere per reati comuni  – quindi non perché fuma lo spinello o  assume  cocaina – non deve andare in carcere ma dev’essere ospitato in una Comunità. La legge ritiene infatti che il tossicodipendente che commette reati sia una vittima, un malato che va curato. Questa è la legislazione italiana vigente, non quella repressiva e dagli occhi torvi inventata dai Radicali».

Dove vogliono arrivare veramente i quesiti di +Europa e Luca Coscioni?

«A tre precisi e devastanti risultati. Innanzitutto vogliono consentire la coltivazione, dicono personale, della cannabis. Ma vogliono anche la produzione di ogni altro tipo di sostanza. Per esempio la morfina. Tenga conto che già oggi, in Italia, se uno avesse bisogno di cannabinoidi o di morfina per uso curativo, se in possesso della ricetta medica potrebbe tranquillamente comprarle in farmacia».

A cos’altro puntano i quesiti radicali sulla droga?

«Se passasse il referendum radicale, non solo il traffico di chili e chili di cannabis, ma neanche quello di Ghb o della Gbl, le cosiddette “droghe dello stupro”, sarebbe più punito con la detenzione ma soltanto con una sanzione pecuniaria. Una semplice multa. Il passaggio “normalizzante” e azzardato dal carcere (da 2 a 6 anni) alla multa riguarderebbe ogni sostanza presente nella tabella 4 delle sostanze stupefacenti».

L’ultimo obiettivo dei quesiti referendari?

«È forse il peggiore. Nell’anno antecedente al Covid sono state ritirate in Italia più di 5000 patenti a chi guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Ma – attenzione – in via preventiva, sono state ritirate anche 20.000 patenti a chi, in generale, è stato trovato in possesso di droga, onde evitare disastri sulle strade. A Luca Morisi, per capirci, è stata ritirata la patente».

Sotto questo aspetto cosa cambia con il referendum?

«Si potrà ritirare la patente solo a chi verrà pescato nell’atto di guidare sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Tutta la parte preventiva salta totalmente! Il risultato è che ci saranno statisticamente 20.000 persone, potenzialmente sotto l’effetto di sostanze, che si mettono alla guida nelle strade italiane. Compreso chi guida pullman o pulmini scolastici».

I tifosi della legalizzazione della cannabis dicono che “il proibizionismo ha fallito”. Questo è il mantra che si ascolta in ogni trasmissione sul tema. È davvero così?

«Guardi, questo è falsissimo e glielo dimostro. Se osserviamo il fenomeno nei suoi grandi numeri, in Italia le morti per overdose sono circa 350 all’anno. Negli Stati Uniti sono 91.000, una cifra spaventosa. È  vero che gli abitanti sono 6 volte l’Italia, ma anche moltiplicando i nostri morti per sei, verrebbe fuori il numero di 2.100 morti, non 91.000. E guarda caso negli USA molti Stati hanno intrapreso la via della liberalizzazione. Fatto sta che chi critica il nostro sistema o non sa quello che dice o è in malafede. Inoltre, va detto che su 100 italiani, chi fa uso di sostanze è solo il 3-4%».

Cosa vorrebbe dire liberalizzare la cannabis in Italia?

«Vorrebbe dire aumentare a dismisura la base dei potenziali consumatori di droga. Con disastri terrificanti per la società, per la sanità, per l’economia, per quei bambini che nascerebbero da genitori con problemi di tossicodipendenza… Per fare cosa, poi? Per arricchire quelle multinazionali che stanno investendo milioni di euro per allargare il numero dei clienti. È chiaro che quando un giovane arriva alla cannabis diventa un consumatore abituale. Se poi pensiamo che il 90% di chi fa uso della cannabis passa puntualmente all’eroina e alla cocaina, ecco che si va a ingrassare il mercato delle mafie».

È quanto sostiene anche il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, da sempre impegnato a fermare il traffico di droga, e per questo sotto scorta da oltre trent’anni.

«Il procuratore Gratteri, ci sono tanti video che lo attestano, ribadisce con forza quanto Paolo Borsellino andava spiegando nelle scuole. Cioè che la legalizzazione della cannabis, così cara ai radicali, è il più grande regalo che si possa fare alla criminalità organizzata. La criminalità offre certamente ai nostri minorenni la cannabis, ma quella è solo la prima “proposta”, offrirà poi anche eroina, cocaina, anfetamina. Più si allarga la platea che si avvicina alla droga più aumentano gli affari delle mafie. Lo capisce anche un bambino».

Quindi i fautori della cannabis libera che si nascondono dietro l’alibi di voler “tagliare le unghie alla mafia”…

«Sono dei dilettanti di criminologia. Farebbero meglio a rispondere dei disastrosi effetti sociali e sanitari che le loro proposte causerebbero al Paese. E non perché lo dice Giovanardi. Lo diceva anche uno che si chiama Paolo Borsellino. …Oppure dobbiamo credere alla Bonino?»

Che idea s’è fatto dell’ultimo scandalo sulla cosiddetta “droga dello stupro” che ha coinvolto Claudia Rivelli, 71enne sorella di Ornella Muti, insieme ad una quarantina di professionisti?  

«Non mi stupisco. Il giovane, oggi, è stretto in una pressa. La famiglia, la scuola, la Chiesa, continuano a dirgli che la droga è distruzione e morte; dall’altra parte i media seguitano a propagandarne l’uso. È chiaro che si finisce per andare in confusione. Eppure può bastare una pastiglia di ecstasy per morire. È una questione educativa, va combattuta la cultura dello sballo. A tutte le età, anche a 71 anni».

I giornali, almeno, fanno la loro parte?

«Guardi, i quotidiani si svegliano all’improvviso e si lavano la coscienza nelle pagine di cronaca, dove dicono peste e corna delle droghe solo perché c’è qualche ragazzo da piangere. Ma negli editoriali sono spesso a favore delle liberalizzazioni. Come Beppe Severgnini».

Che ha fatto Severgnini?

«Ha guidato un dibattito sulla droga per il Corriere della Sera. E fin qui va benissimo. Ho voluto dire la mia sul tema, visto che per nove anni ho avuto la delega alla lotta alla droga in più di un governo. Ho scritto, quindi, alla direzione del Corriere, la quale mi ha risposto di aver girato la lettera a Severgnini, in quanto moderatore e unico responsabile del dibattito sul quotidiano».

E lui?

«Nulla. Niente. Allora ho mandato una mail direttamente a lui, solo per sapere se le considerazioni di uno che ha guidato la Conferenza Nazionale sulla droga di Palermo (2005) e di Trieste (2009) sarebbero state pubblicate. Era, mi pare, un’opinione abbastanza qualificata. Non mi ha neanche risposto. La mia lettera l’ho fatta pubblicare due settimane dopo su La Verità di Belpietro».

Fratelli d’Italia si è detta pronta a raccogliere le firme per il “no” al referendum. Idem alcuni esponenti di Forza Italia e della Lega. Come vede questa controffensiva?

«Guardi, c’è uno step precedente da non sottovalutare, ne parlavo oggi con Gasparri. A fine novembre ci sarà la Conferenza Nazionale sulla droga. Sarà organizzata dal Ministro delle politiche giovanili Fabiana Dadone, del Movimento 5 Stelle».

Lei ci sarà?

«Ho chiamato il capo di Gabinetto della Presidenza del Consiglio proprio per chiedere di poter partecipare, in quelle organizzate da me c’erano anche rappresentanti dell’opposizione. Finora non ho sentito nessuno. Vediamo. È chiaro che se questa Conferenza – che durerà solo due giorni, e che per giunta si terrà in modalità streaming – continuerà ad avere questo carattere “semiclandestino”, se insomma non si dimostrerà pluralista, allora è certo che daremo battaglia. Il tema è troppo importante, anche in vista del referendum».


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