martedì 20 ottobre 2020
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NEWS 29 settembre 2020    di Giuliano Guzzo
Giudice Barret accusata anche di razzismo, nonostante due figli adottati

La nomina alla Corte Suprema di Amy Coney Barrett da parte di Donald Trump – benché debba essere ancora ratificata – se da un lato ha fatto felice gran parte del popolo pro life non solo americano, dall’altra sta mandando su tutte le furie il fronte progressista. Sì, perché la Barrett ha un profilo praticamente inattaccabile: di grande cultura giuridica – Noah Feldman della Harvard Law School, pur essendo di orientamento progressista, la definisce «giurista brillante e coscienziosa» -, giovane – non ha ancora 50 anni -, moglie e madre di sette figli, incarna appieno l’idea che si possa essere donne in carriera senza sacrificare la famiglia. Che è esattamente quel che la cultura dominante predica, lasciando intendere che i figli possano essere «zavorre» antitetiche all’ascesa professionale femminile; eppure la Barrett dimostra il contrario.

Non solo. C’è un altro stereotipo che la vita di questa donna va a confutare appieno, e cioè quello secondo cui, se si è di cultura conservatrice, allora si è automaticamente razzisti, almeno un po’. Ebbene, due dei suoi sette figli la Barrett li ha adottati insieme al marito da Haiti, uno dei Paesi più poveri del mondo; si tratta dei due giovani di colore che, giustamente, compongono insieme agli altri figli il quadretto familiare della giudice che sta facendo il giro della Rete. Ora, quest’ultimo aspetto pare proprio aver mandato in tilt i guru o sedicenti tali dell’America antirazzista e vicina al movimento Black Lives Matter.

Prova ne sia la reazione scomposta esibita su Twitter dall’attivista di riferimento degli “antirazzisti” radicali Ibram X. Kendi, autore, storico e, dal luglio di quest’anno, direttore del Center for Antiracist Research presso la Boston University. Ebbene, Kendi deve proprio aver avuto un brusco calo della sua lucidità dal momento che, su Twitter appunto, è arrivato a bollare la giudice Barrett come un’altra «colonialista bianca» che preleva i figli neri dalla loro patria per farsi bella agli occhi del mondo e a scapito dei «genitori biologici» di costoro, che vengono «tagliati fuori».

Una vera e propria farneticazione, insomma, senza capo né coda che arriva a mettere in discussione non tanto e non solo la generosità della Barrett e del marito – in quello che, a ben vedere, è un perfetto processo alle intenzioni -, ma pure l’istituto dall’adozione, grazie al quale milioni di bambini in tutto il mondo vengono strappati non ai loro «genitori biologici» (quando ancora ci fossero), bensì alla fame, alle malattie, alla miseria.

Ora, che tutto ciò venga dimenticato da chi bazzica l’ambiente accademico come Ibram X. Kendi è quanto meno imbarazzante; e tuttavia appare utile dal momento che, come si diceva all’inizio, è una conferma di quanto quest’ultima nomina trumpiana sia fondamentale e preziosa dato che avere la giovane e cattolica Amy Barrett in seno ad una Corte suprema che, tra l’altro, già era a maggioranza conservatrice, significa solo una cosa: aver la concrete possibilità che non già per anni, ma addirittura per qualche decennio la più significativa giurisprudenza del pianeta possa risultare in netta controtendenza rispetto alla cultura dei media, degli atenei e di Hollywood. E probabilmente è proprio questo ciò che, in queste ore, sta facendo imbufalire i liberal di mezzo mondo.


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