martedì 20 ottobre 2020
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NEWS 9 ottobre 2020    di Giuliano Guzzo
Gli studenti vogliono la Giornata degli Indigeni al posto del Columbus Day

A pochi giorni dal Columbus Day, ricorrenza celebrata in molti paesi delle Americhe per ricordare l’arrivo di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo, avvenuto come noto il 12 ottobre 1492, un sondaggio scuote gli Stati Uniti, o almeno dovrebbe. Sì, perché l’indagine demoscopica di cui si sta parlando – realizzata da College Pulse, una società di sondaggi e analisi focalizzata sul mondo giovanile yankee – ha messo in luce come la larga maggioranza degli studenti universitari, ben il 73%, vorrebbe sostituire il Columbus Day con la Giornata dei popoli indigeni.

Tale percentuale, in larga parte il riflesso del volere degli universitari democratici, presso i quali l’abolizione del Columbus Day riscuote addirittura il 93% (invece tra gli universitari repubblicani sposa tale linea solo il 20%, quota che tra gli indipendenti balza invece al 70%), è espressione di almeno tre fenomeni. Il primo è l’ondata di vandalici abbattimenti di statue varie, a partire da quelle dedicate al navigatore genovese, favorita nelle scorse settimane dal movimento sedicente antirazzista Black Lives Matter.

La volontà di sostituire il Columbus Day con la Giornata dei popoli indigeni rispecchia poi un dibattito che, per la verità già da qualche anno, anima i campus americani. In terzo luogo, tale ostilità verso la celebre ricorrenza commemorativa è senza dubbio il riflesso di una certa ignoranza storica. Infatti, è vero che il celebre navigatore prese attivamente parte, dopo il suo sbarco nelle Americhe, alla colonizzazione dei territori e perfino al commercio di schiavi. Ma ciò non ne fa un violento e malvagio; tanto perfino Bartolomé de Las Casas, il domenicano ardente difensore dei nativi, riferì del modo umano con cui Colombo trattava gli indigeni; del resto, è noto che ne abbia adottato uno e, quando i nativi bruciarono un insediamento spagnolo uccidendo tutti gli spagnoli in zona, raccomandò ai suoi moderazione.

Al punto che Colombo non è mai piaciuto ai suprematisti bianchi, più innamorati dell’idea che a scoprire l’America fossero stati i vichinghi. Detto ciò, appare fuorviante pure attribuire al navigatore chissà quale complicità nei genocidi avvenuti dopo la sua impresa. Anzitutto perché orrori decisamente spaventosi, nelle Americhe, avvenivano anche prima del 1492; gli Inca e gli Aztechi, infatti, avevano grande familiarità coi sacrifici umani. Questi ultimi, nel 1484, in onore di uno dei loro dèi, ne fecero 20.000.

In secondo luogo, sarebbe sbagliato ritenere Colombo corresponsabile di chissà quali genocidi giacché lo sterminio dei pellirossa – se è a questo che ci si vuol riferire -, avvenne in gran parte per mano inglese anglicana e puritana. Le stesse guerre indiane, poi, iniziarono quando Colombo era morto da oltre 200 anni. Per quanto l’uomo non sia da mitizzare, prendersela con il tradizionale Columbus Day significa quindi, più che altro, avercela con i libri di storia.

In effetti, sono decenni che la storiografia progressista – sposando senza titubanza alcuna varie bufale fabbricate in epoca illuminista ai danni della Chiesa e dei cattolici (categoria cui appartiene Colombo) – diffonde fake news. Niente di così sconvolgente, insomma, nel fatto che il 73% degli universitari statunitensi vorrebbe sostituire il Columbus Day con la Giornata dei Popoli indigeni. Trattasi di ideologia e di ignoranza storica ancorché, paradossalmente, ammantata di istruzione e, per di più, del massimo livello.


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