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NEWS 16 gennaio 2020    di Andrea Zambrano
Grazie a Pansa i preti martiri non sono più tabù

Anche i cattolici devono essere debitori a Giampaolo Pansa e alla sua opera divulgatrice sui delitti del dopoguerra. Il giornalista e scrittore morto domenica a 84 anni non era un cattolico conclamato, anche se ieri i suoi funerali sono stati in chiesa, con il parroco che ha lodato il suo impegno per la verità.

Fino all’uscita del Sangue dei vinti, infatti, il suo libro più dirompente, che inaugurò il cosiddetto Ciclo dei vinti con il racconto sistematico della guerra civile vista dall’ottica degli sconfitti, i preti uccisi dai partigiani comunisti durante la Resistenza e anche oltre, erano soltanto un ricordo privato e circoscritto alle storie locali di paese. Certo, si sapeva che il tributo di sangue versato dai sacerdoti durante la guerra civile, era stato elevato. E in passato, ma siamo ancora negli anni ’50, si facevano anche cerimonie qua e là in Piemonte o in Emilia per loro. Poi, l’oblio per 30 anni. Un ricordo organizzato, consapevole e libero non era diffuso e soprattutto una catalogazione scientifica era assente nella pubblicistica nazionale.

A questo provvide Pansa con tre capitoli del suo libro “scandalo”, uscito nel 2003. Il primo, Il prete è un nemico è una disamina lucida dei preti ammazzati nella provincia di Bologna e per quell’elenco, anche se incompleto, Pansa si affidò agli studi dello storico modenese Giovanni Fantozzi. Seguirono poi quelli su Modena e infine su Reggio Emilia.

Fu, per certi versi, lo sdoganamento di una sete di verità che gridava da settori molto marginali del mondo cattolico che avevano custodito quei ricordi in silenzio. Il merito di Pansa è dunque quello di aver offerto al grande pubblico queste storie tragiche di sacerdoti uccisi dai comunisti, fornendo così i primi criteri per un’accettazione di un martirio in odium fidei che la Chiesa sta lentamente soltanto adesso accettando in maniera sempre più serena.

In quegli anni infatti, stavano muovendosi timidamente le prime richieste per la beatificazione del seminarista Rolando Rivi, che salì agli altari solo nel 2014. E poco dopo, grazie a Pansa che diede il via, il giornalista Roberto Beretta poté dare alle stampe la sua Storia dei preti uccisi dai partigiani (Piemme, 2007) che rappresenta lo studio più approfondito sul clero martire e che è servito come base per successivi approfondimenti. Ad esempio, il quaderno del Timone Chiesa martire nel Triangolo della morte, parte da quelle storie per inserire il tema dell’accettazione di un odium fidei senza il quale sarebbe impensabile riconoscere il martirio e la beatificazione.

Si deve quindi a Giampaolo Pansa anche questo: aver sdoganato il tabù dei preti uccisi, dei quali non si parlava volentieri nelle sagrestie e ancora meno nelle parrocchie. Pansa raccontò così la storia di don Tiso Galletti, di cui il Timone si occupa in questo numero di gennaio, di Don Domenico Gianni, Parroco di San Vitale di Reno, di don Enrico Donati, di don Raffaele Bortolini, di don Giuseppe Rasori, di don Achille Filippi, di don Teobaldo Daporto e di don Alfonso Reggiani. Nomi di martiri, ma che allora erano poco più che pallidi ricordi dei quali non si doveva parlare. E così fu per i preti martirizzati a Reggio e a Modena, tra i quali svetta la figura di  don Luigi Lenzini, parroco di Pavullo nel Frignano, che venne bastonato e ucciso dopo essersi rifugiato nella torre campanaria. La sua colpa? Denunciare dal pulpito i delitti dei gappisti che promuovevano l’ideologia anticristiana comunista. Di don Lenzini è avviato il processo di beatificazione, la causa è già arrivata a Roma dopo aver concluso la fase diocesana e con ogni probabilità presto diventerà il primo prete martire del Triangolo della morte. Un altro merito di Pansa.


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