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I 750 anni dalla morte di san Tommaso. Discussi con G.K. Chesterton
NEWS 7 Marzo 2024    di Samuele Pinna

I 750 anni dalla morte di san Tommaso. Discussi con G.K. Chesterton

Mi incontro con Gilbert Keith Chesterton nel ricordo dei 750 anni dalla morte di san Tommaso d’Aquino avvenuta – annota l’agiografo Guglielmo da Tocco – «nell’anno del Signore 1274, il quarto di pontificato di papa Gregorio X, nel suo quarantanovesimo anno d’età, la mattina del 7 marzo». A chi, come il letterato inglese, ha fatto del paradosso il suo cavallo di battaglia non risulterà strano il mio desiderio di dialogare con lui in carne e ossa su quello che è stato il più grande teologo della cristianità. Colpisce, però, come la dottrina dell’Angelico sembri obliata nell’attuale contesto ecclesiale, nonostante egli sia stato l’unico magister in sacra pagina a essere indicato come modello da un Concilio (il Vaticano II lo cita per ben due volte in tal senso!).

Non che non sia più richiamato in qualche assise, ma di frequente– su questioni contingenti analizzate con superficialità – pare essere tirato per la giacchetta (o il saio) e chiamato in causa a sproposito. Ho bisogno, quindi, di capire chi sia stato questo nobiluomo, frate predicatore, studioso e mistico. Il pachidermico polemista che mi figuro seduto di fronte a me parte dall’ultimo punto del mio elenco: «Il Santo è una medicina perché è un antidoto. Ed ecco perché spesso il Santo è sovente un martire; è scambiato col veleno, appunto perché è un antidoto: ridona salute al mondo, esaltando tutto ciò che il mondo trascura, che non è affatto sempre la stessa cosa in ogni epoca. Ogni generazione si sceglie per istinto i suoi Santi, che saranno non quello che la gente vuole, ma piuttosto quello di cui il popolo ha bisogno».

Non manca un’ulteriore precisazione di colui che alla sua morte fu appellato da papa Pio XI defensor fidei (e il telegramma pontificio fu amputato dai quotidiani britannici dell’epoca, perché l’unico “difensore della fede” in terra anglicana poteva essere soltanto il re di turno): «Se il mondo diventa troppo mondano, la Chiesa lo può rimproverare, ma se la Chiesa diventa troppo mondana, non può essere adeguatamente rimproverata dal mondo per la sua mondanità». Ed ecco il paradosso della storia: «ogni generazione viene convertita dal Santo che più maggiormente la contraddice». Mi domando quale sia stato il merito dell’Aquinate e mi par di sentire la replica secca e bonaria del nostro Gilbert: «Tommaso d’Aquino, uomo veramente grande, seppe riconciliare la Religione con la Ragione. Egli orientò la Religione verso la scienza sperimentale, la quale insistentemente afferma essere i sensi la finestra dell’anima, avere la Ragione il diritto divino di basarsi sui fatti, e che è compito della Fede assimilare la parte più ostica e pesante della più ostica e pesante delle filosofie pagane».

Mi soffermo sulla grandiosità del pensiero medievale – e tale appare ancor di più guardando alla pochezza dell’oggi – e mi chiedo se sia troppo sofisticato, concettuale, astratto, ma sono subito corretto dall’uomo con la stessa corpulenza del bue muto: «San Tommaso, generalmente, non ragiona con sillogismi, quantunque pensi sempre sillogisticamente: non espone per ogni caso il meccanismo della sua logica, come pretende erroneamente il Rinascimento, ma ragiona, insegna con austerità, e la sua prosa sembra eccessivamente disadorna agli amatori della letteratura superficiale». Mi faccio più vicino all’interlocutore, ed espongo il mio quesito: a cosa mira, dunque, il religioso dell’ordine di san Domenico?

Il gioviale papà di padre Brown non può esimersi dallo spiegarmi ch’egli vuole il buon senso: «Quel buon senso che, anche ora, si raccomanda da sé stesso. San Tommaso sostiene che vedere è credere: la prova della realtà di una torta c’è fornita dal mangiarla; e nessuno può negare d’esistere. Egli appoggia le sue verità con astrazioni, le quali però non sono più astratte delle correnti nozioni d’evoluzione, energia, spazio e tempo, e non risultano, come queste, in aperta contraddizione con le realtà tangibili della vita quotidiana. Il pragmatismo, che pretende d’essere pratico, finisce col diventare prettamente teorico: il tomismo, che proclama d’essere teorico, finisce col trovare una base solida e sicura nel reale. Ed è per questo che oggigiorno gran parte del mondo vi ritorna».

C’è, infatti, una sostanziale differenza tra chi fonda il suo argomentare sul realismo metodico oppure sull’idealismo (giusto per citare due scuole filosofiche conosciute), tanto che lo scrittore inglese illustra il suo punto di vista, avvalendosi anche dell’umorismo con cui – come ha lasciato scritto Giovanni Battista Montini – condisce d’un fine sapore dialettico e talvolta polemico la narrazione: «Il sistema del d’Aquino parte dal punto di vista universale che un uovo è un uovo. Ora un hegeliano replicherà che un uovo è una gallina, perché esso fa parte dell’infinito processo del divenire; il seguace di Berkeley sosterrà che la frittata esiste come esistono i sogni, visto che il sogno si può dire causa della frittata come la frittata è causa del sogno; il pragmatico crederà che il miglior partito da trarre da un uovo è quello di dimenticare ch’esso sia stato un uovo e ricordare soltanto la frittata.  Ma il tomista non ha bisogno di guastarsi il cervello per evitare di guastare le sue uova, né di guardare le uova in cagnesco, né di chiudere gli occhi per meglio meditare una nuova semplificazione delle uova. Dominatore, nella luce sfavillante della fraternità umana, egli constaterà che le uova non sono galline, né sogni, né supposizioni; bensì cose attestate dall’autorità dei sensi, ch’è di Dio».

Non mi trattengo e col sorriso – a motivo dell’omelette cotta a puntino – propongo all’autore di Ortodossia un riassunto dell’opera intellettuale del Dottore Comune e mi vien confidato: «Tommaso è un realista in un senso molto personale, che non è né quello del Medio Evo né il nostro. Tutte le difficoltà, tutti i problemi che solleva la questione della realtà, egli li risolve con un atto di fede nel reale. Se le cose ci ingannano è perché esse sono più reali di quello che appaiono: come fine a se stesse, esse c’ingannano sempre; ma, considerate nella loro tendenza ai fini superiori, assumono una realtà anche più reale di quella che accordiamo loro. Se esse sembrano avere, per così dire, una relativa irrealtà, è perché esse sono nell’ordine potenziale e non solo nell’attuale; sono ancora incompiute e aspettano il loro sviluppo ulteriore come un sacchetto di semi o una scatola di fuochi artificiali. Ed esiste un mondo superiore in cui si effettua un Compimento, in cui tutta questa relatività relativa diventa attualità, in cui il seme ci dà il fiore e il razzo la luce».

Rifletto sulla “qualità” del tomismo, io che mi sono gioiosamente affaticato a studiare Edith Stein, la Santa (Teresa Benedetta della Croce) passata dalla fenomenologia a essere discepola dell’Angelico; Charles Journet, tra i neotomisti più acuti e illuminati; Jacques Maritain, che secondo Étienne Gilson è stato «il solo tomista contemporaneo il cui pensiero si sia rivelato alto, ardito, creatore, capace di misurarsi coi problemi più urgenti e, per così dire, di esporsi coraggiosamente su tutte le brecce»; etc. Mi sento così confortare dalle parole del gigante anglosassone: «Il tomismo possiede una particolare qualità costruttiva: mentre gli speculatori più recenti sono ai primi gradini e dibattono ancora vivamente la questione se potranno o no possedere gli arnesi adatti per edificare la casa, il d’Aquino, d’un balzo, è già in cima alla scala intento a costruire il suo grande palazzo. Egli è in anticipo non soltanto sul suo tempo, ma ancora sui nostri, poiché ha gettato un ponte sugli abissi del primo dubbio, al di là del quale ha trovato la realtà: e su di essa, sicuro, ha incominciato a edificare. Il suo ragionamento ci dà fatti, non parole: a differenza di Kant e Hegel, egli ha una fede che è ben lontana dall’avere un dubbio sulle questioni del dubbio; non quella che, comunemente, si chiama una fede basata sulla fede, ma una fede basata sui fatti. Da questo momento, egli deduce, sviluppa, decide, come chi, fondata una città, si riconosce il diritto di governarla. Prima di lui, nessun filosofo aveva mai pensato alla realtà delle cose, né alla realtà dei sensi».

Mi par di capire che siamo oltre ogni fenomenismo, che mette in comunicazione il soggetto conoscente non con l’oggetto conosciuto, ma con una sua rappresentazione, proprio inserendo il fenomeno (ciò che appare) tra la realtà e il pensiero. Per san Tommaso, la verità non è ciò che divide l’essere dal pensiero, ma è proprio la loro comunione: adaequatio intellectus ad rem (corrispondenza tra intelletto e realtà). L’uomo può conoscere gli oggetti intorno a lui, la loro essenza, la realtà con cui sono costituiti. Il soggetto può conoscere il reale e, dunque, l’essere delle cose. Sicché, la verità è ciò che è Essere per eccellenza, ossia Dio. La filosofia dell’Angelico insegna, pertanto, una cosa del tutto diversa rispetto alle speculazioni della metafisica moderna (e postmoderna), che – dice Chesterton – «presenta troppi inciampi, troppi ostacoli». Da cosa possono essere superati? Bisogna tornare allo studio serio delle opere di Tommaso d’Aquino, il quale – ci suggerisce ancora il celebre giallista – «ci viene incontro più grande, più sublime che mai nella grande risurrezione della philosophia perennis: la filosofia eterna».

 

(Fonte foto: Screenshot, Kinosofia – Richjgill, YouTube)


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