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NEWS 29 Ottobre 2021    di Giulia Tanel

Il caso di Samantha e quello spot pro eutanasia

Il suo nome è Samantha D’Incà, ha trent’anni, è di Feltre e dal novembre del 2020 è in stato vegetativo: per alcuni è la nuova Welby e già stanno lavorando per farne una testimonial della “buona morte”.

Ma procediamo con ordine: la giovane è nella condizione attuale a causa di un incidente in sé banale, una caduta davanti a casa che le ha comportato la rottura del femore; di qui l’operazione, che tuttavia ha portato a delle complicazioni che hanno compromesso, a quanto pare in maniera irrecuperabile, la salute della giovane.

La vicenda di Samantha era già stata riportata sui giornali, ma in questi giorni c’è stata una svolta: il Comitato etico dell’Usl di Belluno ha dichiarato – riporta il Corriere del Veneto – che le condizioni della giovane sono irrecuperabili e che «va evitato ogni accanimento terapeutico anche negando, in caso di complicazioni, alcuni interventi salvavita eccessivamente invasivi». La relazione è dunque a disposizione del giudice Umberto Giacomelli, che sta affrontando il caso, nel quale pesa la volontà della famiglia di “lasciare andare” la giovane che pare in passato avesse detto di non voler «mai finire come Eluana Englaro».

Nelle prossime settimane si capirà di più come proseguirà la vicenda, con il legale della famiglia che proporrà nuovamente, dopo che in passato era stato respinta, la nomina del padre di Samantha a diventare amministratore di sostegno della figlia, con «l’obiettivo di accompagnare la figlia verso una dolce morte, non attraverso l’eutanasia ma evitando ogni tipo di cura che prolunghi la sua agonia».

I MEDIA A SERVIZIO DELL’IDEOLOGIA

Non è una novità: riportando le storie di casi certamente umanamente complicati e spesso estremi, i media si pongono a servizio dell’una o dell’altra ideologia, in questo specifico caso della cultura della morte. D’altronde è chiaro: va tenuto caldo il terreno sul tema dell’eutanasia legale, dato che oramai è qualche settimana che le novità rispetto al referendum sull’eutanasia legale latitano e il tema rischia di finire nel dimenticatoio collettivo.

Attenzione, però, con questo non si vuole dire che non sia giusto o importante parlare di Samantha, ma vanno fatti dei precisi distinguo. Innanzitutto, va considerato il come si affronta uno specifico argomento, soprattutto quanto appunto interessa un argomento particolarmente delicato e controverso e rispetto al quale è di fondamentale importanza l’utilizzo di termini corretti, come avremo modo di vedere più nello specifico in seguito. Accanto a questo, un altro fattore determinante è la trasparenza dell’informazione: va benissimo parlare della giovane di Feltre, ma perché non anche di qualche altra persona che invece si attesta sulla posizione opposta, pur vivendo la stessa condizione di vita?

L’USO DELLA NEOLINGUA

Un’altra caratteristica spesso comune a questo tipo di notizie, che tendono a veicolare una determinata visione di pensiero, è quindi quella della scelta dei termini da utilizzare. Com’è noto, infatti, la cosiddetta “neolingua” ha proprio come fine precipuo quella di utilizzare determinate espressioni al fine di plasmare il pensiero.

Gli esempi sono molteplici, soprattutto in campo bioetico: si va dall’“aborto” che diventa “interruzione volontaria di gravidanza”, nel nome dell’autodeterminazione della donna e dell’oscuramento del protagonista più indifeso della vicenda, il bambino; passando per la “terapia” che diventa “trattamento sanitario”, al fine di veicolare l’idea che anche nutrire e idratare una persona che non può farlo autonomamente sia un’azione terapeutica, o corrisponda al fornire una terapia o delle medicine, e aprire così una finestra di Overton verso l’eutanasia; per arrivare ai “farmaci”, con i quali non si designano più solamente le medicine atte a curare le persone, bensì anche tutta una serie di veri e propri “veleni” somministrati con il preciso intento di uccidere, come può essere nel caso della Ru486, utilizzata per l’aborto farmacologico.

Nel caso specifico di Samantha, la confusione appare tanta rispetto al concetto di accanimento terapeutico. Con questa definizione, infatti, s’intende il somministrare cure inutili o sproporzionate che non sono utili per il miglioramento o la guarigione del paziente. In sé, si tratta di un atto da condannare tanto quanto l’eutanasia. Ma, nuovamente, attenzione, perché c’è un però: dare da mangiare e da bere a un malato non è accanimento terapeutico, per il motivo accennato sopra per cui queste azioni non sono da considerarsi “terapie”. Non è quindi chiaro cosa si voglia far intendere quando si dichiara che il ruolo di amministratore di sostegno assegnato al padre della giovane avrebbe come obiettivo quello di «ogni tipo di cura che prolunghi la sua agonia»: le si vogliono togliere anche l’acqua e il cibo, considerati cure? In tal caso, infatti, a dispetto di quanto dichiarato, si tratterebbe di un atto eutanasico.

(Fonte foto in evidenza)


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