lunedì 28 novembre 2022
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NEWS 3 Dicembre 2021    di Manuela Antonacci

Il dibattito sull’aborto infuria negli USA: la Corte Suprema e la revisione della Roe v. Wade

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha fissato per il primo dicembre le udienze sulla legge che vieta nel Mississippi l’aborto dopo la 15° settimana di gravidanza. La legge, infatti, era stata bloccata dai tribunali di rango inferiore poiché in contrasto con la storica sentenza Roe v. Wade del 1973.

Per questo, i giudici della Corte Suprema sono impegnati in questi giorni a prendere in considerazione il caso che potrebbe costare la revisione della sentenza che fino ad ora ha costituito la pietra miliare del “diritto all’aborto” negli Stati Uniti. Pertanto, in queste settimane negli USA il dibattito sulla questione si è riacceso più che mai. Diversi leader prolife sono scesi in campo per seguire un caso così importante e significativo, presentando oltre 80 memorie legali, ovvero atti processuali con cui hanno messo per iscritto tutti i motivi a sostegno del divieto di aborto in Mississippi.

Tra questi, Gerard Bradley, professore di etica giuridica e diritto costituzionale all’Università di Notre Dame, per molti anni Presidente della Fellowship of Catholic Scholars, ha scritto che la Corte Suprema difficilmente potrà continuare a «concedere il suo imprimatur alla Roe v. Wade». Questa stessa sentenza, infatti, come afferma Bradley, sarebbe stata più volte criticata per aver fondato su un presunto diritto costituzionale l’eliminazione della vita all’interno del grembo materno.

«Eppure», ha sottolineato Bradley nel suo ragionamento, «la Costituzione non afferma in nessun punto tale diritto, al contrario, per secoli, la giurisprudenza, ha considerato l’aborto un crimine. La maggioranza dell’attuale corte dovrebbe quindi essere incoraggiata a scavalcare la Roe v. Wade basandosi sul puro e semplice riconoscimento di queste due verità».

Lila Rose, fondatrice di Live Action (associazione nota per i video sotto copertura nelle cliniche di Planned Parenthood) ha sottolineato, invece, che «la strage di innocenti eseguita attraverso l’aborto è la più grande crisi che viviamo, come esseri umani».

Non è mancato, però, nemmeno il fuoco di fila dei politici abortisti che hanno sottolineato il presunto pericolo legato al divieto di aborto in Mississippi e al conseguente, potenziale, ribaltamento della Roe, sventolando la solita questione degli aborti clandestini a cui molte donne ricorrerebbero se l’interruzione di gravidanza diventasse illegale. Questo ragionamento è alla base delle dichiarazioni della senatrice Jeanne Shaheen, la quale, alcuni giorni fa, in un suo intervento a riguardo, ha affermato: «Non possiamo permettere ai legislatori repubblicani di riportare indietro l’orologio sulla salute e sui diritti riproduttivi delle donne, che è esattamente ciò che il caso del Mississippi cerca di fare. È ora di suonare l’allarme».

Insomma, il dibattito sull’aborto infuria più che mai. Dalle colonne del New York Times Ross Ross Douthat, analista politico ed editorialista del medesimo giornale, sottolinea come oggi rispetto a un tempo le evidenze scientifiche in questo contesto siano tali da non affermare che il feto sia solo un grumo di cellule e che l’aborto sia indolore.

In particolare, da alcune ricerche ed esperimenti condotti a partire dagli anni Ottanta dal dottor Steven Zielinski, specializzato in medicina interna, è emerso che un feto può provare dolore «a otto settimane e mezzo e forse anche prima» e che prima della nascita «in alcune circostanze è capace di piangere».

L’aspetto più interessante degli studi di Zielinski è l’aver dimostrato, insieme agli altri due ricercatori Vincent J. Collins e Thomas J. Marzen, che «le strutture neurologiche necessarie per provare dolore sono presenti fin dall’8° settimana, ma certamente sono attive a partire dalle 13 settimane e mezzo di gestazione. I nervi sensoriali raggiungono la pelle del feto prima della 9° settimana. La prima attività del cervello rilevabile avviene nel talamo tra la 8° e la 10° settimana».

Di fronte a questi dati, dunque, non solo il divieto d’aborto in Mississippi dopo le 15 settimane, ma anche le leggi che vietano l’interruzione di gravidanza dopo il primo battito cardiaco fetale accertato, ovvero tra le sei e le otto settimane, acquistano un senso pieno e soprattutto scevro da ogni ideologia perché pongono nel reale il loro fondamento. Pertanto anche parlare di “grumo di cellule” per giustificare quello che è la vera e propria eliminazione di un essere perfettamente senziente, diventa, dunque, oltre che azzardato, soprattutto ascientifico.


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