giovedì 22 ottobre 2020
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NEWS 7 maggio 2020    di Giuliano Guzzo
La Camera partorisce un topolino. Libertà di culto a data da destinarsi

Le Messe riprenderanno, sì: ma ancora non si sa quando né esattamente come. È un esito che lascia decisamente l’amaro in bocca, quello del dibattito parlamentare di ieri riguardo all’esame del decreto emergenza Covid-19 che avrebbe consentito – sulla base di emendamenti frutto della collaborazione del Centro Studi Livatino con esponenti di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia – il ripristino della libertà di culto e quindi della possibilità, per i credenti, di andare a Messa.

Ma così non è stato, dato che ha trovato approvazione, con convergenza  tra la maggioranza e Forza Italia, solo un emendamento «riformulato» in cui si parla di «adozione di protocolli sanitari di intesa con la Chiesa cattolica e con le confessioni religiose diverse dalla cattolica per la definizione di misure necessarie ai fini dello svolgimento delle funzioni religiose in condizioni di sicurezza».

Di concreto, insomma, nulla. Tanto è vero che è forte la delusione del Centro Studi Livatino, come evidenzia l’avvocato Francesco Cavallo, che ne è un esponente: «Il dato oggettivo che emerge dal testo è che la libertà religiosa continua a essere compressa e ad essere l’unica per la quale ancora manchi una indicazione temporale di quando possa rivivere». «Sappiamo cosa si può fare dal 4 maggio», aggiunge sempre l’avvocato Cavallo, «cosa si potrà fare dal 18 – aspetto forse in via di ampliamento -, ma ancora non sappiamo quando potrà essere celebrata una Messa, ritenuta più pericolosa di una corsa in autobus o in metro. E, soprattutto, a che servono i protocolli? Da quando la Messa è diventata attività complessa, per la quale non siano sufficienti le norme generali (distanze, mascherine, igiene mani)?».

Dubbi, quelli del legale del Livatino, che è difficile non condividere. E che sono infatti condivisi dall’onorevole Alessandro Pagano (Lega), che alla Camera nella mattinata di ieri si è battuto come un leone a difesa – ha  più volte ripetuto – della «sensibilità di milioni di italiani» e del diritto di culto, entrambi bloccati da divieti «infondati, illogici, incostituzionali». L’onorevole leghista ha inoltre denunciato, nei suoi appassionati interventi, una deriva laicista dello Stato, che come tale presenta sempre più un «odio mascherato» verso la fede religiosa.

Tuttavia, prendendo atto dell’emendamento approvato, per quanto vago, l’onorevole Pagano è subito tornato a pressare il governo: «Il governo ora si impegni a fondo, e subito, per redigere con la Cei il protocollo per riprendere subito le Sante Messe». Detto questo, il deputato leghista non nasconde comunque la sua delusione per l’esito del dibattito parlamentare di ieri: «Noi avevamo proposto emendamenti che avrebbero consentito la ripresa delle cerimonie di culto, e ciò che chiedevamo era una data certa per la ripresa. Subordinare tale ripresa alla sottoscrizione di un protocollo sanitario significa non avere questa certezza».

Tra gli emendamenti del centrodestra per ripristinare la libertà di culto e purtroppo non approvati, ce n’era uno anche di Fratelli d’Italia. Motivo per cui Il Timone ha chiesto all’onorevole Maria Teresa Bellucci (Fratelli d’Italia), intervenuta ieri in Aula, di commentare l’esito del dibattito. L’onorevole Bellucci spiega di aver ritenuto irricevibile l’emendamento «riformulato»: «Abbiamo rifiutato la riformulazione del Governo, troppo generica e priva di una data certa circa la tempistica della riapertura che lascia al Governo piena discrezionalità nel rispetto di un diritto inviolabile sancito dalla Costituzione».

«L’emendamento presentato da Fratelli d’Italia, a prima firma Meloni», ha aggiunto l’onorevole, «avrebbe invece consentito di far ripartire, subito e con una data certa, le messe e le celebrazioni religiose con la presenza di fedeli nel rispetto delle norme anti-contagio, quindi con i dovuti distanziamenti. Purtroppo, è stato bocciato dalla maggioranza che, evidentemente, preferisce approcciare il diritto costituzionale alla libertà di culto con discrezionalità».

Diverso, come si accennava, è l’atteggiamento di Forza Italia, formazione che vede nell’emendamento «riformulato» – e poc’anzi riportato – un passaggio tutto sommato positivo. «Questa riformulazione», dice Roberto Occhiuto (Forza Italia), «è per noi un merito. Risolve completamente il problema? No. Ma segna un passo in avanti rispetto alla situazione attuale, perché prevede che si stabiliscano protocolli sanitari per far svolgere le funzioni in sicurezza». Il partito del Cavaliere tende insomma a guardare il bicchiere mezzo pieno, anche se a conti fatti quello vuoto – per le ragioni ben illustrate dal Centro Livatino – è molto più di metà.

Valutazioni partitiche a parte, c’è un dato di fondo che però resta innegabile, e cioè un perdurare della limitazione della libertà di culto che, ad oggi, pare oggettivamente senza motivo. «Perché posso fare la coda davanti al supermercato», si è ad un certo punto chiesto nel dibattito parlamentare di ieri l’onorevole Maurizio Lupi (Gruppo Misto), «ma non posso farla davanti ad una chiesa»? In effetti, il punto è tutto lì: chiaro, anzi macroscopico. Anche se troppi continuano a non accorgersene.


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