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NEWS 13 Febbraio 2022    di Don Massimo Vacchetti

La predica corta della domenica #7 – Chi ti avverte quando sbagli?

VI domenica del Tempo Ordinario, 13/02/2022

Commento al Vangelo di Luca 6,17.20-26

Il Vangelo delle beatitudini di questa domenica secondo quanto riportatoci dall’evangelista Luca è profondamente diverso da quello più noto del Vangelo di Matteo. Non c’è da meravigliarsi di narrazioni e versioni diverse. Gesù, come ogni rabbi, ha tenuto discorsi simili in tempi e circostanze differenti. A Gesù interessa annunciare una beatitudine, ossia una vita piena. Una vita è beata, o non lo è, non soltanto per le circostanze minute che attraversa, ma se abbraccia un orizzonte più ampio temporale e relazionale.

In questo senso, è molto importante l’uso dell’avverbio “ora” che ripetutamente ricorre.

Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché piangerete.

La vita e il suo senso si scoprono solo in relazione con gli altri e con la morte. Non basta vivere ora. Non basta essere sazi, ridere, giocare, godere ora…

Gesù racconterà una parabola in cui un uomo ha avuto molto successo.

Il suo lavoro aveva dato un buon raccolto. “Che farò? (…) Farò così: “Riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?”.

Occorre vivere l’ora presente ancorati all’eterno. “Adesso e nell’ora della nostra morte”. La preghiera dell’Ave Maria mette in relazione il tuo presente e l’Eterno. Un presente senza una coscienza della propria morte è destinato a consumarsi nel niente.

C’è poi, in questo Vangelo, una novità non solo in comparazione al testo del Vangelo di Matteo, ma nella vita ecclesiale e nella vita umana in generale. Dopo le quattro beatitudini, Gesù pronuncia quattro “guai”. Guai a voi! Non è una minaccia. Sulla bocca di Gesù è un vero e proprio buon annuncio. C’è una premura che la vita non sia sprecata.

L’annuncio della buona vita del Vangelo non è fatto solo di beatitudine. E’ fatto anche di una correzione. Non basta l’analisi dei mali del mondo e della Curia. Una vera paternità, un vero amore all’altro chiede verità nelle relazioni. Tutti ricordiamo Giovanni Paolo II quando in Sicilia fece un monito la cui potenza risuona ancora. “Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può un uomo qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Nel nome di Cristo, crocifisso e risorto, di Cristo che è via verità e vita, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!

San Francesco d’Assisi alla fine della sua vita, scrivendo il Cantico delle Creature, nel finale di quel testo scrive:

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a cquelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male».

Francesco mette insieme il guai e il beati.

C’è un avvertimento in questo canto di lode e di gratitudine. C’è una parola seria. “Guai a quelli che morranno ne le peccata mortali”.

Chi ti avverte quando sbagli? Chi corregge le tue traiettorie storte? Oggi l’indifferenza sta diventando una forma accidiosa di carità. Per una falsa concezione di amore, ognuno viene lasciato nella sua libertà. C’è un rispetto umano che nega all’altro la verità su di sé. E questa riverenza ad ammonire diventa viltà e la libertà in cui si viene lasciati, una condanna.

Alle sette opere di misericordia corporale, la Chiesa ne associa altre sette, le opere di misericordia spirituale e tra queste “ammonire chi sbaglia”. Quante persone possono rimproverarti? Quante possono dirti qualcosa? E soprattutto, lasci che qualcuno esprima i suoi dubbi sul tuo agire e ti provochi alla conversione? Non è facile accogliere la verità su di sé che altri, meglio di te, sanno riconoscere.

E’ un’esperienza personale. Eppure, non c’è niente di più grande che uno possa chiedere agli amici. Che per amor tuo, ti dicano il vero. Magari sbaglieranno anche le loro valutazioni…ma ammiro la loro libertà nel confessarmi ciò che ritengono sia bene dirmi per la mia gioia vera. Amici che mi dicano il vero, correggendomi, ammonendomi, non per ferirmi, ma perché liberato, io possa giungere alla beatitudine. Quanto è raro trovare amici così liberi e così grandi!

Ricordo che a vent’anni entrai a San Domenico, una grande Basilica bolognese. All’ora tarda in cui arrivai, era vuota. Un guardiano che con le chiavi in mano stava chiudendo i portoni laterali, scuotendo il mazzo di chiavi casomai in qualche nicchia ci fosse ancora qualche devoto, si aggirava solo nella navata centrale. Io gli chiesi se poteva chiamarmi il Padre tal dei tali per la confessione. Mi disse che il Padre di cui gli avevo fatto il nome, non era presente, ma che se avessi voluto poteva chiamarmi un altro sacerdote. Io mi allontanai dicendogli che sarei ripassato in settimana. Mentre, ero già giunto in fondo alla navata all’unico portone rimasto ancora aperto, urlò “E se muori stanotte?”. Tornai indietro.

Com’è avvenuto quella sera nella maestosa basilica di San Domenico, continuo ad aver bisogno di essere corretto. E’ necessario, per tutti, un momento di verità in cui essere svegliati dal torpore e dall’acquiescenza al male che compiamo quasi senza accorgercene.

Non c’è annuncio più atteso di quello che ridesta la coscienza e mette il cuore in uno stato di conversione e liberazione.


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