giovedì 24 settembre 2020
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NEWS 19 giugno 2020    di Giuliano Guzzo
La rivincita pandemica di Peter Singer. E intanto l’Europa si scopre vecchia

Ha avuto la sua sospirata «rivincita culturale». Stiamo parlando di Peter Singer, docente a Princeton e già incoronato dal The New Yorker come «il più influente filosofo vivente», il quale – a giudicare da quanto lui stesso ha dichiarato nel corso di una nuova intervista al quotidiano spagnolo La Razón – pare abbia appunto trovato nella pandemia e, nello specifico, negli ospedali che si sono drammaticamente trovati costretti a scegliere quali pazienti curare per primi, una convalida delle sue tesi, talora accusate di un estremismo nel quale il pensatore non si riconosce.

«Questa crisi», ha spiegato il bioeticista alla sua intervistatrice, «ci ha posto dinnanzi al dilemma relativo a quali vite salvare allorquando non ci sono abbastanza respiratori. Tutto questo sfida l’idea ampiamente accettata secondo cui tutte le vite valgono la stessa cosa e sono altrettanto importanti. Molte persone sono giunte alla conclusione che è meglio salvare i più giovani, quelli con più anni di anticipo. Un singolo respiratore viene infatti dato prima a chi a 40 anni, a scapito di chi invece ne ha 80. Stiamo cambiando radicalmente il modo in cui vediamo la vita e la morte».

Ora, è purtroppo vero che nelle fasi più acute della pandemia talune strutture ospedaliere si sono trovate in serissima difficoltà, non potendo assicurare adeguata assistenza a tutti i malati colpiti da coronavirus. Ma il fatto stesso – ed è curioso che un pensatore del calibro di Singer non se ne sia accorto – che tale impossibilità abbia determinato un dilemma, quale che sia la risposta ad esso data in ciascun singolo caso, prova che, nonostante tutto, resista innato in ciascuno di noi il pensiero che ciascuna vita abbia un suo valore; diversamente, nessun dilemma etico si sarebbe posto, no?

Ma andiamo avanti, perché proprio in queste ore il quotidiano francese Le Figaro ha dato notizia di un evento politico di notevole rilievo. Ci riferiamo alla decisione, presa dalla Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen, di pubblicare un report del declino e dell’invecchiamento demografico registrato da 30 anni a questa parte dalla popolazione dei Paesi dell’Est – nonché da quelli di Italia, Grecia e Spagna -, con pesanti conseguenze economiche, sociali e politiche. Una scelta, quella dei vertici dell’Unione europea, determinata da un fatto sconcertante: nel 2019, per il secondo anno consecutivo, in Europa si sono conteggiate più morti che nascita.

Che cosa c’entra tutto questo con Peter Singer? C’entra, eccome se c’entra. Infatti, benché – per le ragioni appena dette – sia eccessivo parlare di radicamento popolare delle idee del principe dei bioeticisti liberal, appare evidente come un inquinamento mortifero nel bagaglio valoriale europeo vi sia stato. Il tracollo demografico europeo, che neppure il pur consistente contributo migratorio è riuscito ad evitare, è lì a dimostrarlo. Al punto tale che già cinque anni or sono le proiezioni del Pew Research Center indicavano nel Vecchio Continente «l’unica regione» del pianeta destinata ad assistere alla riduzione «della propria popolazione totale fra il 2010 e il 2050» (The Future of World Religions: Population Growth Projections, 2010-2050, p.147).

Un primato assai triste, evidentemente. Ma un primato – per tornare a noi – che ha le sue cause anche nel successo che pensatori come Singer hanno a livello non solo accademico, ma anche culturale ed editoriale, con la fortunata diffusione di testi espressione di valori ostili alla vita. In altre parole, un Paese e un Continente non possono ingerire, culturalmente parlando, del veleno per decenni e poi stupirsi se entrano in agonia: trattasi di una logica conseguenza. Anzi, ci sarebbe semmai da stupirsi del contrario. Ne consegue come una ricetta vincente alla denatalità europea, a ben vedere, sia più semplice di quanto ci si può immaginare: meno libri di Singer, più Vangelo. Rovesciando un vecchio slogan, credere per provare.


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