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NEWS 16 Ottobre 2021    di Valerio Pece

La sfida del Papa sull’obiezione di coscienza

 

C’è un punto su cui Papa Francesco non concede sconti a nessuno, ed è quello dell’aborto, che il Pontefice (senza giri di parole e quindi infastidendo molti) definisce «un omicidio», per il quale «non è lecito diventare complici». Lo ha fatto anche giovedì scorso, incontrando i farmacisti arrivati a Roma per il 42esimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Farmacia Ospedaliera (SIFO), che si chiuderà il 17 ottobre.

Al di là del dovere alla vicinanza («stare vicino alle situazioni, specialmente alle donne, affinché non arrivino a pensare alla soluzione abortiva, perché in realtà non è la soluzione»), il fatto nuovo è stato il trasporto che il Pontefice ha messo sull’obiezione di coscienza, ricordando che oggi «oggi va di moda pensare di abolirla». Tema, questo, che ha segnato i momenti più alti della vicenda umana (dall’«Antigone» di Sofocle all’insegnamento di Socrate, fino a diventare particolarmente incandescente con l’avvento del Cristianesimo) e che oggi è tornato di strettissima attualità. «Voi siete sempre al servizio della vita umana», così Papa Francesco all’Udienza con i farmacisti, «questo può comportare in certi casi l’obiezione di coscienza, che non è infedeltà, ma al contrario fedeltà alla vostra professione». Con questo passaggio, pur con la (voluta) semplicità che gli è propria, il Pontefice tocca il senso ultimo del grande tema dell’obiezione di coscienza: non solo questa è «fedeltà alla professione sanitaria» (e quindi non certo infedeltà, come vuole certa “povera” cultura laicista) ma è anche – come da sempre sostenuto dalla più nobile filosofia del diritto – piena fedeltà alla sfera intima dell’ordinamento giuridico.

«L’obiezione di coscienza è, in certo senso, un recupero della democrazia a livello più profondo», così Rodolfo Venditti, già magistrato e docente di Diritto e Procedura penale nella facoltà di Giurisprudenza di Torino. «Se democrazia – sostiene efficacemente il giurista – è centralità della persona umana e dei valori di cui essa è portatrice, con l’obiezione di coscienza la democrazia davvero tocca le sue radici». Non a caso molti stati democratici hanno riconosciuto talune forme di obiezione, facendole uscire dall’ambito dell’illegalità e introducendole nell’ordinamento. Ed ecco perché un medico, il quale sia convinto – magari insieme al capo della cristianità – che un aborto si l’uccisione di un essere umano esistente, può essere dispensato dal partecipare all’operazione, e non per una gentile concessione del Parlamento, ma per un diritto costituzionalmente fondato.

Che l’ordinamento riconosca come lecita l’obiezione di coscienza alla legge può apparire contraddittorio solo ad una lettura superficiale; solo chi rifiuta la visione giusnaturalista può pensare ad un ordinamento giuridico che, accettando l’obiezione di coscienza, confessi la propria “insicurezza”. Ma sarebbe poi sbagliato se così fosse?  «Dalla sicurezza degli Stati – sostiene non senza pathos Rodolfo Venditti -, dalla loro convinzione di essere portatori di verità assolute e indiscutibili, sono sempre derivate calamità immense, dittature, assolutismi, oppressione, negazione dell’uomo». Ben venga, dunque, l’insicurezza, che è «senso dei propri limiti, ascolto dei dissenzienti, attenzione all’uomo concreto e alla problematicità delle questioni che lo riguardano». Sulla stessa linea Sergio Cotta, filosofo caposcuola ricordato come “il principe dei giuristi cattolici”, secondo cui l’obiezione di coscienza rettamente intesa «non diminuisce bensì rafforza il senso della legalità». Per Cotta «la legge non può essere un’imposizione violentatrice della coscienza; dev’essere, invece, uno strumento reale di crescita umana dei singoli e della società». Parole che fanno da perfetto prologo a quelle pronunciate giovedì da Papa Francesco, per il quale l’obiezione di coscienza si sostanzia in nient’altro che in una «fedeltà alla professione sanitaria».

Da questo punto di vista appare decisamente inappropriato quanto accadde nel 2017 all’ospedale San Camillo di Roma, laddove venne indetto un bando per soli medici non obiettori. Bando che prevedeva addirittura la perdita del posto di lavoro qualora i medici assunti avessero cambiato idea sull’atto di praticare aborti. In quell’occasione Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, in un’intervista a Tg2000 parlò di «illegittimità», ricordando che «l’obiezione di coscienza è un diritto fondamentale riconosciuto alla persona, e la rinuncia a questo diritto non può essere un requisito per i concorsi pubblici». Specie se, come scrisse lucidamente Luigi Lombardi Vallauri (al tempo in cui giocava ancora in “casa cattolica”), «l’obiezione all’aborto non può essere considerata norma eccezionale del sistema giuridico, costituendo invece l’aborto eccezione rispetto al principio di tutela della vita». Per il filosofo del diritto (cugino dell’ex direttore della Sala stampa vaticana Federico Lombardi) «le norme sull’obiezione di coscienza rappresentano un’eccezione all’eccezione (l’aborto) e quindi un semplice ritorno alla regola (il diritto alla vita)».

Se dunque, per usare un’efficace espressione di Gandhi, «nelle questioni di coscienza la maggioranza non c’entra», e se per il Concilio Vaticano II la coscienza è «il nucleo più segreto dell’uomo» (Gaudium et spes n. 16), obbedirvi diventa un doveroso atto di coerenza verso se stessi, essendo la “voce” della coscienza non quella di un «altro da me», bensì quella dell’«io» più profondo di ogni persona. Il risveglio dell’Occidente sembra passare anche da una riscoperta fiera e convinta dello strumento dell’obiezione di coscienza. Il Papa sembra aver lanciato la sfida.


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