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NEWS 2 Luglio 2019    di Marta Petrosillo

La vaticanista Valentina Alazraki racconta l’intervista a Papa Francesco

È la decana dei vaticanisti, che nella sua carriera, iniziata negli anni ’70, ha seguito ben cinque papi e seguito 154 viaggi papali internazionali. Valentina Alazraki, corrispondente della tv messicana Televisa ha anche intervistato per ben due volte Papa Francesco. L’ultima volta nei giorni scorsi. Un’intervista esplosiva in cui il Papa ha parlato di tutto: dal caso Viganò alle accuse di eresia contro di lui. Katholiek Nieuwsblad l’ha intervistata in esclusiva.

Come è nata l’intervista a Papa Francesco?

«L’intervista è nata più di un anno e mezzo fa nel Natale precedente al quinto anniversario di pontificato. Ogni Natale scrivo il Papa in occasione del suo compleanno e sottoponendogli i miei dubbi e le mie perplessità, oppure delle domande che sorgono facendo il mio lavoro. Gli scrissi che c’erano dei temi a proposito dei quali mi sarebbe molto piaciuto confrontarmi con lui. Mi rispose che per il quinto anniversario aveva già promesse delle interviste. Quindi io ho detto un po’ scherzando che ne avremmo riparlato per il sesto anniversario. Poi nel dicembre scorso gli ho riscritto per gli auguri e gliel’ho ricordato così brevemente. Dopo di che al summit, poco prima del mio intervento il Papa mi ha detto che potevamo fare questa intervista».

Gli scriveva già prima che diventasse pontefice? Avevate già un rapporto?

«No, assolutamente, io non lo conoscevo, ma ho avuto la fortuna di essere stata presentata da padre Lombardi, durante il primo viaggio in Brasile nel 2013, come la decana dei vaticanisti, perché ero l’unica giornalista in attivo già dal primo viaggio di Giovanni Paolo II. E quindi è toccato a me dare il benvenuto a Papa Francesco sull’aereo. Ricordo che ironizzai sul fatto che sapevo che a lui non piacevano i giornalisti, che è in Argentina non concedeva mai interviste e che probabilmente lui pensava di essere venuto nella fossa dei leoni. Lui rispose che non si sentiva assolutamente a suo agio nel fare le interviste, che non era un buon comunicatore. Ma durante il viaggio di ritorno ha concesso una lunghissima conferenza stampa in cui abbiamo subito compreso che sapeva perfettamente gestire rapporto con la stampa e che era un gran comunicatore».

Il vostro rapporto è iniziato lì?

«Da quel giorno in qualsiasi circostanza lui mi vedesse mi chiamava lui stesso la “decana”. Poi dopo la prima intervista durante il secondo anno di pontificato si è creato un certo rapporto, anche legato al fatto che partecipo a tutti viaggi e che parlo spagnolo. Lui è sempre molto carino con me. Durante uno dei viaggi ho compiuto 60 anni e mi ha portato una torta, così come anche durante il mio 150esimo viaggio sul volo papale. Ma in generale con tutti i giornalisti è sempre molto attento. Si ferma con ognuno di noi ed è molto disponibile».

Il clima dell’intervista è sembrato molto sereno, nonostante domande spinose come quella sull’affaire Viganò…

«È vero che c’erano delle domande ogni genere di domanda questo parlate della sua totale disponibilità, non c’erano né filtri né alcun tipo di censura. Ho goduto di piena libertà così come avevo goduto di piena libertà in occasione della mia relazione durante il summit di febbraio. Credo che il clima fosse anche il frutto del rapporto umano che c’è tra noi. In alcuni momenti il Papa ha addirittura riso».

Il Papa l’ha perfino chiamata hija, “figlia mia”…

«È vero lo ha fatto due o tre volte. Sono rimasta molto sorpresa. Penso che sia una sua forma colloquiale, non lo so. Ma è stato affettuoso».

Quali ritiene siano stati i temi più importanti, dell’intervista?

«Le domande un po’ più delicate erano sicuramente quelle relative alla Chiesa e allo scandalo degli abusi sessuali anche perché ho fatto nomi e cognomi. Penso che fossero complicate anche quelle relative alle perplessità da parte di alcuni cattolici che si sono sentiti un po’ messi da parte rispetto ad altre persone più lontane dalla Chiesa. Alcuni hanno notato una certa confusione perché la spontaneità del Papa lo espone al rischio di essere frainteso. Ma è un rischio che lui vuole correre. Preferisce che ci sia un po’ di confusione, piuttosto che perdere la libertà di poter incontrare le persone. Durante l’intervista gli ho posto delle domande anche inconsuete, ma volevo piuttosto capire e volevo dare a lui la possibilità di spiegare alcuni comportamenti che in certi fedeli cattolici hanno creato delle perplessità. Alcuni si sono sentiti spiazzati e a loro volevo rivolgermi. Il Papa ha infatti spiegato che non è cambiato nulla della dottrina».

Lei segue il Vaticano dai tempi di Paolo VI. Come è cambiato il mestiere di Vaticanista in questi anni?

«Io sono arrivata che non c’era Internet, non c’erano i computer, non c’erano i cellulari. Oggi sembra davvero un altro mondo, da un punto di vista tecnologico. Ho seguito Paolo VI da semplice stagista. Il mio rapporto vero e proprio con la comunicazione vaticana è iniziato con i due conclave del 1978. Ho poi potuto vedere la comunicazione trasformarsi con Giovanni Paolo II. È cambiato tutto anche per la forma d’essere del Papa. Da quando è apparso al balcone tutti abbiamo capito che era un Papa assolutamente mediatico. E poi è stato il primo Papa della televisione. A livello informativo lui ha cambiato tutto perché lui era un leader non soltanto religioso, ma anche politico e diplomatico. Era un uomo che stava cambiando il mondo e noi che eravamo al suo seguito avevamo davvero l’impressione di essere testimoni della storia. L’informazione riguardante la Santa Sede non finiva più in qualche rubrica specializzata nelle pagine interne dei giornali, ma in prima pagina. Io ho iniziato con questa nuova era. Poi c’è stata la parte della modernizzazione arrivo delle reti sociali. Ma io credo che ci voglia molta più responsabilità e senso etico oggi che quarant’anni fa. Perché prima avevamo molto più tempo per approfondire e confermare le notizie e fonti. I giovani di oggi devono avere ancora più senso di responsabilità e devono essere ancora più formati sotto questo punto di vista, perché la celerità e tale che si corre il rischio di amplificare notizie che non si ha tempo di verificare».

Come è cambiata la comunicazione con Benedetto e con Francesco?

«Sfortunatamente, Papa Benedetto XVI è stato vittima di molti pregiudizi da parte dei media. Purtroppo faceva notizia soltanto quando c’era un problema, solo in senso negativo, mai in senso positivo. Quando faceva dichiarazioni polemiche come quella sui preservativi, oppure dopo l’incidente di Ratisbona. E poi lo scandalo degli abusi che è esploso durante il suo pontificato. Sono stati degli anni molto sgradevoli da questo punto di vista. Era difficile assistere a tutto ciò e cercare di raccontare le cose diversamente. Con l’arrivo di Papa Francesco ci siamo resi subito conto che si tornava ad un Papa da prima pagina e soprattutto nei primi anni sempre in modo positivo».

Come ha notato lei nell’intervista però, la luna di miele con i media sembra essere finita..

«Sì, anche se forse lui hai capito da parte sua e non da parte dei media come intendevo io. Infatti ha risposto che lui ritiene in media utili perché con delle domande lo fanno anche riflettere, o capire che ha commesso errori come è successo nel caso del viaggio in Cile».

Veniamo al suo intervento al summit sugli abusi. Come ha accolto questa responsabilità?

«Con terrore, devo confessare che ho perso anche delle ore di sonno. Sapevo cosa volevo dire, ma non capita tutti i giorni di parlare al Papa e ai presidenti di tute le conferenze episcopali! Mi sono preparata molto. Credo che la mia intuizione sia stata quella di parlare come madre. Sono una giornalista, ma principalmente sono una madre e al summit il tema della maternità era poco presente. È stato un binomio azzeccato, perché alla fine la società civile, le madri padri si sono sentiti rappresentati. Le vittime in qualche modo ci sono sentita rappresentate, perché parlavo di mettere al centro le vittime. Cosa che non mi sarei immaginata… avevo paura della loro reazione. Ho inoltre cercato di spiegare loro che i media non sono i nemici della Chiesa. Noi possiamo essere degli alleati. I nemici sono gli abusatori».

Da relatore e da giornalista lei è soddisfatta dei passi intrapresi dopo il summit? Penso tra l’altro al motu proprio Vos estis lux mundi

«I documenti sono importanti e le linee guida sono indispensabili, ma credo che ci voglia soprattutto un cambiamento di mentalità. Si deve superare la mentalità del “lavare i panni sporchi in casa” e di nascondere gli abusi. È necessaria anche una presa di coscienza da parte di tutte le Chiese sul fatto che il problema esiste. Abbiamo visto molti vescovi, soprattutto dall’Africa dall’Asia, che il primo giorno del summit affermavano che nelle diocesi non vi erano problemi. Poi hanno capito che il problema è ovunque ed è di tutti».


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