Sabato 07 Marzo 2026

«Mi inginocchio solo davanti a Dio». Le ultime parole del prete ucciso in Myanmar

Il racconto di due donne che hanno assistito al barbaro omicidio di padre Donald Martin Ye Naing Win

Progetto senza titolo - 2025-02-27T113957.309
Padre Donald Martin Ye Naing Win, sacerdote di 44 anni dell’arcidiocesi di Mandalay in Myanmar, ex Birmania, è stato ucciso il 14 febbraio nel pieno di una guerra civile che ha fatto sprofondare il Paese in una crisi umanitaria. È infatti dal lontano febbraio 2021, quando le forze armate del Paese asiatico hanno effettuato un colpo di Stato destituendo il governo civile democraticamente eletto, che il contesto è caratterizzato da violenze e tensioni con il progressivo acuirsi di una violenta battaglia tra miliziani etnici e la giunta militare. Ad oggi il bilancio è di oltre 53.000 vittime, più di 3 milioni di sfollati, oltre il 75% dei 55 milioni di birmani in condizioni di disagio economico e 13,3 milioni di persone prossimi alla fame. In tutto ciò, fioriscono i martiri dei nostri giorni. L’agenzia vaticana Fides ha condiviso che il corpo del sacerdote è stato ritrovato da alcuni membri dei fedeli intorno alle sei del mattino «mutilato e sfigurato con ferite da taglio», sul terreno della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes, di cui il sacerdote era parroco. La chiesa in cui ha prestato servizio padre Donald Martin si trova nel villaggio di Kan Gyi Taw nel territorio del distretto di Shwe Bo, nella regione di Sagaing. Quest’area, ha rilevato Fides, è una delle aree in cui i combattimenti tra i miliziani delle Forze di difesa popolare - ampio gruppo di ribelli che si oppongono all’esercito birmano - e l’esercito della giunta che ha rovesciato il governo sono più frequenti.

«Come agnello condotto al macello» (Is 53,7), così è avvenuta la morte del sacerdote, similmente a quella di Cristo. Sempre stando alle dichiarazioni di Fides, le due donne testimoni della sua uccisione - insegnanti e operatrici parrocchiali - hanno riferito che quando una decina di miliziani «chiaramente in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe» hanno incontrato padre Donald Martin, lo hanno intimato di inginocchiarsi. «Mi inginocchio solo davanti a Dio», è stata la risposta pacata del sacerdote. «Cosa posso fare per voi? C’è qualcosa di cui possiamo parlare?», ha proseguito. Queste, le sue ultime parole.  Come risposta immediata uno degli uomini ha colpito da dietro padre Donald Martin con il pugnale ancora nel fodero, ferendo accidentalmente anche il capo del gruppo armato. Così, in preda allo stato alterato, il capogruppo ha estratto un coltello e ha iniziato a pugnalarlo «ripetutamente e brutalmente nel corpo e nella gola».

Ye Naing Win ha sopportato l’attacco in silenzio, senza pronunciare una parola o un lamento. «Ha subito la violenza insensata senza reagire, come un uomo innocente», hanno dichiarato i testimoni a Fides. «Gli altri uomini sono rimasti a guardare l’omicidio» e una volta terminato «il gruppo di uomini ha lasciato la scena», hanno aggiunto. Gli abitanti del villaggio «tra lo shock e le lacrime» hanno raccolto il corpo del sacerdote per lavarlo e trattarlo con rispetto. Padre Donald Martin parrebbe sia intervenuto proprio in difesa delle due donne che aiutavano il sacerdote nell’istruzione dei ragazzi, dato che ormai da quattro anni il sistema scolastico statale è collassato. I funerali si sono svolti domenica 16 febbraio nel villaggio di Pyin Oo Lwin, dove è nato il sacerdote, alla presenza di oltre 5mila persone. Li ha presieduti l’arcivescovo di Mandalay mons. Marco Tin Win, che ha lanciato l’appello a tutti i gruppi armati, affinché «depongano le armi e intraprendano un percorso di pace e riconciliazione». Le testimonianze di entrambe le donne, riferisce sempre Fides, sono state registrate e inviate al Governo di unità nazionale del Myanmar in esilio, che si è detto «profondamente rattristato per l'omicidio del parroco Donald Martin di Mandalay» impegnandosi a «punire gli autori dell’omicidio secondo la legge». Le Forze di difesa del popolo del distretto di Shwebo hanno dichiarato poi l’arresto di dieci sospettati, che dicono di appartenere a «un gruppo di difesa locale». «Poiché è noto che appartengono alle forze armate, il Governo di unità nazionale e il Ministero della Difesa intraprenderanno azioni legali applicando la legge prevista per i militari», hanno spiegato le autorità del Paese. Il Governo di unità nazionale ha inoltre dichiarato di «condannare fermamente gli attacchi contro i civili, compresi i leader religiosi, da parte di qualsiasi organizzazione». Che la giustizia umana faccia il suo corso, ma la certezza che oggi il sacerdote sia al cospetto del Padre, l’Unico a stabilire «ciò che è retto» (Sal 99), è ciò che tiene viva la nostra speranza. (Foto: Screenshot Fede in Azione, YouTube) ABBONATI ORA ALLA RIVISTA!

LE ULTIME NOTIZIE

Cartacea

Riceverai direttamente a casa tua il Timone

Acquista la copia cartacea
Digitale

Se desideri leggere Il Timone dal tuo PC, da tablet o da smartphone

Acquista la copia digitale