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NEWS 18 agosto 2020    di Raffaella Frullone

Tra moglie e marito non mettere il Covid, boom di divorzi in pandemia

Seguendo la geografia della diffusione della pandemia, o meglio della cronologia dei lockdown nei diversi Paesi, anche il matrimonio sta subendo il contraccolpo del Covid. Con la quarantena forzata dentro le mura domestiche i problemi si acutizzano, la pressione aumenta e così ci si lascia di più. Chissà se tutto questo troverà spazio nei bilanci che vengono fatti sulle conseguenze della pandemia o se resterà relegato a qualche articolo solitario, fatto sta che dalla Cina agli Stati Uniti, passando per l’Europa, il quadro è il medesimo: un numero crescente di coppie dopo il lockdown decide di dirsi addio.

La causa principale degli attriti che degenerano è economica. Questo secondo Karen Stewart, fondatrice di Fairway, società canadese sorta per «aiutare le famiglie a gestire la fine di un matrimonio», si legge sul sito, «proteggendo il denaro e le relazioni». Negli ultimi mesi la Stewart ha affermato che la sua azienda ha registrato un aumento del 30% di richieste di separazione, spesso causate da problemi finanziari legati alla perdita di posti di lavoro o alla riduzione del reddito. «Quando le finanze sono strette, c’è una quantità enorme di stress», spiega.

Le fa eco Susan Myres, presidente dell’Accademia americana degli avvocati matrimonialisti, secondo cui «le ricadute economiche della pandemia hanno avuto un impatto enorme sulla capacità delle persone di reggere il tenore di vita, poiché sia i genitori che i figli possono avere maggiori esigenze finanziarie. Se i bambini non vanno a scuola, potrebbe di più prendersi cura di loro e questo causerà una serie di difficoltà. E poi le incertezze dei genitori.  Vanno a scuola? Vanno a scuola virtualmente o di persona? Che tipo di ruoli assumerà ciascun genitore, chi sacrificherà la propria carriera – se necessario – per gestire la didattica a distanza?»

La risposta in Italia ha provato a darla l’Università Bicocca di Milano, che ha realizzato una indagine su circa 7mila nuclei familiari formati da coppie con figli minorenni. Dai risultati emerge che «il 65% delle madri ritiene che la didattica a distanza non sia compatibile con il lavoro», quindi, alla domanda diretta se abbiano valutato di lasciare il proprio lavoro nel caso che i bambini non ritornino in aula normalmente a settembre «oltre il 30% risponde chiaramente di sì».

E per i divorzi? Nel mese di aprile, in pieno lockdown, il Consiglio nazionale forense ha varato nuove linee guida sulla gestione dei procedimenti che riguardano la famiglia. Così è stato sdoganato il divorzio telematico, con tanto di documentazione consegnata via mail e udienza «virtuale» a cui le parti non devono partecipare neanche a distanza. La pratica, ça va sans dire, potrà essere utilizzata per tutta la durata dell’emergenza. Come dire, lo Stato è così premuroso che si preoccupa di fornire tutto il sostegno per separarsi comodamente e rapidamente. Ma un aiuto a stare insieme nei momenti difficili non sarebbe più conveniente per tutti?

Forse nessuno se lo chiede. D’altra parte nel consueto bollettino del Covid non sentiremo i numeri delle conseguenze economiche della pandemia sulle famiglie. Nessuno ci dirà quanti padri hanno perso il lavoro, quante madri hanno perso il sonno, quante coppie perderanno la sintonia e la fiducia. Nessuno si metterà a contare i divorzi e le separazioni, meno che meno a misurare cosa comportano nella quotidianità di chi le vive sulla propria pelle. Forse sono considerati “danni collaterali” o forse abbiamo semplicemente smesso di considerarli danni, anche se il male che fanno è ben più grande e profondo di quello provocato dalla pandemia.


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