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NEWS 30 Agosto 2022    di Redazione

Mons. Paglia e la L. 194 che diventa un “pilastro” della vita sociale

Intervenuto su Rai 3, trasmissione Agorà – Estate (puntata del 26/08/2022), monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia accademia per la vita, interrogato dalla conduttrice Giorgia Rombolà su cosa pensa dell’aborto ha iniziato il suo ragionamento affermando: «Penso che la legge 194 sia ormai un pilastro della nostra vita sociale». Come si sia passati da aborto come «abominevole delitto», vedi Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II Gaudium et spes, al «pilastro della vita sociale» indicato da monsignor Paglia è per noi un mistero insondabile. Nella nota diffusa ieri dal portavoce del prelato si dice che  nel giudicare questa affermazione «ci si è fermati a considerare una parola (‘pilastro’) fuori del contesto (e già questo è grave!)». Noi confessiamo di aver sentito e risentito tutta la trasmissione, al netto di altri passati interventi del monsignore «sulla difesa e promozione della vita in tutte le età (dal concepimento sino alla morte) e in tutte le situazioni», ma proprio non riusciamo a smuovere «il pilastro». (L.B.)

Pubblichiamo, su gentile concessione, la nota redatta al proposito dal Centro Studi Livatino:

La legge 194 è una legge iniqua, da superare affrontando con misure concrete e adeguate i problemi che spingono una donna ad abortire, in un quadro antropologico che vinca la subcultura dello scarto.

Durante la trasmissione Agorà, in onda su Rai 3 pochi giorni or sono, il Presidente della Pontificia Accademia per la Vita Mons Vincenzo Paglia ha definito la legge 194/1978 un “pilastro della nostra vita sociale”, aggiungendo che essa non è “assolutamente” in discussione. In una nota diffusa oggi il portavoce del prelato precisa, fra l’altro, che “l’intento dell’affermazione non riguardava un giudizio di valore sulla legge, quanto la constatazione che è praticamente impossibile abolire la 194 in quanto elemento ormai strutturale della legislazione in materia”.

Il Centro studi Rosario Livatino è una realtà laica, tesa a studiare la normativa alla stregua di quelle coordinate antropologiche che generazioni di giuristi qualificano ‘legge naturale’ (in tal senso nel 2018 affrontò le questioni giuridiche correlate alla 194 in un convegno svolto nell’aula magna della Corte di Cassazione- https://www.centrostudilivatino.it/la-tutela-della-vita-nellordinamento-giuridico-italiano/). Come realtà laica di giuristi, ritiene di non venir meno al rispetto dovuto a Mons Paglia e all’Istituzione che presiede se segnala quanto segue:

  1. il termine ‘pilastro’ ha un suo senso obiettivo e inequivoco, soprattutto se correlato alla ‘vita sociale’, e rinvia a un elemento basilare, che assicura continuità e stabilità a un sistema, e si associa a un giudizio positivo, almeno nel senso della preservazione di quel che il ‘pilastro’ regge. In tal senso, con riferimento a un complesso di norme, ha carattere di ‘pilastro’ la Costituzione della Repubblica. Definire ‘pilastro’ la 194 provoca quanto meno disorientamento di giudizio;
  2. si può convenire sulla difficoltà, al momento, di rettificare la 194 nella direzione di una maggiore tutela della vita – essendo oggi elevato in Parlamento il rischio di una sua modifica peggiorativa -, ma questo non significa darla per irreversibile. La recente sentenza Dobbs v. Jackson della Corte Suprema USA non è frutto del caso, ma della ferma convinzione dei movimenti pro life americani che la Roe v. Wade del 1973 non fosse un ‘pilastro della vita civile’, e del lavoro da essi svolto in 50 anni nelle università, nella giurisdizione, nella politica. La tiepidezza con cui quella sentenza è stata accolta in Italia anche in ambienti ecclesiali e teoricamente pro file conferma quanto da noi si sia distanti dall’obiettivo;
  3. eppure la non rassegnazione della Chiesa italiana alla presunta irreversibilità della 194 è attestata dall’aver fissato alla prima domenica di febbraio la ‘giornata per la vita’, a partire dal 1979, proprio pochi mesi dopo l’approvazione della legge;
  4. si può altresì convenire con l’esigenza che la 194 sia finalmente attuata alla parte c.d. della dissuasione/prevenzione. Ma insistere su questo tasto era doveroso nel 1978; a 44 anni dall’approvazione della legge e dalla continuativa disapplicazione del co. 1 dell’art. 5, fa apparire quanto meno ingenui per almeno due motivi: 1) fin da subito è emerso che se per l’ivg è sufficiente il certificato che attesta la gravidanza, quanto previsto dalla norma è mera ipocrisia; 2) il funzionamento della prevenzione dipende da una adeguata copertura finanziaria, che renda concreto per la donna “aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero” all’aborto, e tale copertura è sempre mancata, a conferma che non vi è mai stata volontà di realizzarla;
  5. la vera frontiera del momento è ciò che viene permesso, perfino con decreti ministeriali, “oltre la 194”, giungendo per es. alla vendita a minorenni come prodotto da banco della RU486. Dunque, il richiamo al rispetto di una pur cattiva legge dovrebbe avvenire a fronte della banalizzazione e della privatizzazione dell’ivg ‘in pillole’, e dei correlati rischi per la salute di chi le assume.

Auspichiamo pertanto che chi ha a cuore la tutela della vita continui a considerare senza incertezze la legge 194 una legge iniqua, da superare affrontando con misure concrete e adeguate i problemi che spingono una donna ad abortire, in un quadro antropologico che vinca la subcultura dello scarto.

Centro studi Rosario Livatino
Roma, 29 agosto 2022

 

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