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NEWS 12 ottobre 2021    di Giuliano Guzzo

Nessuna Polexit, chi ne parla in questi termini fa propaganda

Ad ascoltare i grandi media, pare che il Tribunale costituzionale della Polonia nei giorni scorsi abbia compiuto un clamoroso «strappo con l’Europa». Formalmente legata al rispetto dello stato di diritto – terreno dove tra il governo polacco e le istituzioni di Bruxelles si registrano divergenze -, la questione rischia quindi, secondo più osservatori, di diventare ben più vasta. C’è addirittura chi parla di “Polexit legale”, suggerendo che Varsavia voglia, sia pure in forme diverse, seguire la rotta già tracciata da Londra. Ma le cose stanno realmente così? Per saperne di più, Il Timone ne ha parlato con Renato Veneruso, giurista del Centro Studi Livatino.

Avvocato, anzitutto com’è nato il contenzioso che ha portato al pronunciamento della suprema corte di Varsavia?

«Per capire la decisione del 7 ottobre, bisogna fare un passo indietro. Il contenzioso riguarda una contestazione che è stata fatta dagli organismi europei – in particolare dal Parlamento europeo – in realtà da molti anni sia alla Polonia sia all’Ungheria».

Rispetto a cosa?

«Ad una lesione dello stato di diritto, concetto che giuridicamente è molto evanescente, nel senso che indica in via generica il rispetto di tutta una serie di norme e di principi che connotano gli ordinamenti giuridici delle cosiddette liberaldemocrazie, e che ispirano alla separazione di poteri di Montesquieu. Nel caso specifico, lo stato di diritto non sarebbe rispettato dalla Polonia a causa di una riforma dell’ordinamento giudiziario che Varsavia ha posto in essere nel 2017, in particolare attraverso l’istituzione di una sezione specializzata presso la Corte suprema polacca, che ha il compito di svolgere le funzioni disciplinari nei confronti dei magistrati polacchi. Per intenderci, mentre in Italia c’è il Csm, organo di autogoverno della magistratura con compiti appunto disciplinari, in Polonia tale compito è demandato alla Corte suprema, e in particolare alla sezione specializzata».

Cosa non va all’Europa di questa riforma?

«Il Parlamento europeo in particolare, ma da ultimo anche gli organi dell’Unione, Commissione in primis, sostengono che questa riforma sarebbe lesiva dello stato di diritto».

Perché?

«Perché minerebbe l’indipendenza della magistratura, che è uno dei principi su cui si basa lo stato di diritto. La minaccia all’indipendenza sarebbe data dal fatto che quest’organo – che deve poi fare disciplina nei confronti dei magistrati – non sarebbe un organo di autogoverno, come nel caso ad esempio dell’Italia, ma sarebbe un organo di nomina politica».

E all’Ungheria di cui parlava prima cosa è contestato?

«Verso Budapest ci sono censure ancora più pesanti, con riferimento alla legislazione di tutela dell’infanzia, che l’Ungheria ha promulgato recentemente e che viene contestata dal Parlamento europeo come discriminatoria nei confronti delle comunità Lgbt. Si è così arrivati a minacciare sia all’Ungheria sia alla Polonia l’esclusione dai fondi del Recovery Fund – che peraltro sono stati regolarmente approvati anche per loro – se non ricorrono alla revoca di rispettivi provvedimenti contestati».

Ma quindi la Corte Costituzionale polacca cosa c’entra in tutto ciò?

«Il 14 Luglio la Corte di giustizia europea ha emesso un interim order – un ordine provvisorio – con cui ha invitato Varsavia a sospendere l’efficacia del provvedimento istitutivo della sezione disciplinare della Corte suprema polacca. Il giorno dopo, il 15 luglio 2021, la Corte con sede a Lussemburgo ha addirittura pronunciato una decisione che ha dichiarato l’intero sistema disciplinare adottato dal governo polacco sui giudici incompatibile con la legge europea, e quindi da smantellare. Si è cioè ordinato alla Polonia di dichiarare inefficace la sua riforma. Davanti a ciò, la Corte costituzionale interviene subito dicendo che la Corte europea non ha nessuna legittimazione ad emettere ordini provvisori nei confronti della Polonia, e viene poi immediatamente investita dal Capo del Governo e dal Presidente della Repubblica polacco sulla questione poi decisa il 7 ottobre».

E cioè?

«É stato chiesto alla Corte se l’Ue abbia legittimazione, nei suoi organi di governo – e, soprattutto, nel suo organo giurisdizionale – di poter dire alla Polonia che le norme fanno riferimento addirittura al suo ordinamento costituzionale siano valide o meno. La risposta, resa nota il 7 ottobre, è che contrasta con l’ordinamento polacco la pretesa dell’Ue di poter contestare l’efficacia e le validità delle norme sull’ordinamento giudiziario, perché queste norme appartengono all’ordinamento costituzionale interno e sono estranee, quindi, alle attribuzioni che hanno comportato i trattati di adesione all’Unione».

Nessuna Polexit, quindi?

«Assolutamente no».

Perché se ne parla?

«Perché c’è un interesse propagandistico ad imputare la responsabilità di una scelta antieuropeista allo Stato membro, nel caso di specie alla Polonia, laddove invece la Polonia – che è uno dei 27 Paesi più contenti d’esser parte di quella che fino a pochi anni, per loro, era considerata “l’Europa occidentale” – non ha appunto nessuna intenzione di lasciare l’Europa. Tra l’altro, è pure uno dei Paesi che fa un uso migliore proprio dei fondi europei, diversamente dall’Italia».


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