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NEWS 12 Gennaio 2022    di Redazione

Non si fanno più figli perché non si crede più. Dagli Usa il report sulla fecondità

Sia chiaro che non c’è la notizia, il trend è ormai così inarrestabile che l’unica cosa che oggettivamente si può fare è prenderene atto, di volta in volta sentendo aumentare il senso di insicurezza per quello che accadrà.

L’ultimo in ordine di tempo a tornarci sopra è stato l’economista americano David P. Goldman, che su American Mind verga un editoriale impietoso, che inizia così: «Ora che Elon Musk ha twittato che “il collasso della popolazione è potenzialmente il rischio maggiore per il futuro della civiltà”, deve essere vero. Il tasso di fertilità totale dell’America è sceso nel 2020 a soli 1,67 nascite per femmina, il più basso della storia e ben al di sotto del livello di sostituzione di 2,1. Dieci anni fa, quando pubblicai How Civilizations Die (ovvero Come muore la civiltà ), gli Stati Uniti facevano ancora bambini al tasso di sostituzione, anche se (come ho notato) ciò dipendeva dall’elevata fertilità tra due gruppi di americani: i cristiani evangelici e gli ispanici. Ora l’inverno demografico è sceso in America e non c’è un percorso ovvio per la ripresa. L’unica soluzione a medio termine risiede nell’immigrazione di adulti qualificati e le uniche due potenziali fonti di immigrazione su larga scala di adulti qualificati sono la Cina e l’India».

«Nell’era moderna – prosegue Goldman –  l’impegno religioso è stato il fattore più determinante del desiderio di portare nel mondo le generazioni future […]. Nelle società agricole e nella prima industria moderna i bambini erano manodopera a basso costo e considerati una risorsa con un valore monetario definibile. Una volta che i sistemi pensionistici nazionali hanno sostituito l’assistenza familiare per gli anziani e che i bambini non avrebbero più dovuto lavorare fino all’inizio dell’età adulta, i bambini hanno iniziato a costituire un valore spirituale piuttosto che monetario.

Ora abbiamo altri dieci anni di dati, che confermano la mia tesi del 2011: il declino della fertilità americana segue (e di fatto è previsto) dal declino dell’impegno religioso tra gli americani. Ciò ha profonde implicazioni per le politiche pubbliche. Se la fede religiosa è il determinante più importante della fertilità, le politiche pubbliche possono avere solo un modesto impatto sui tassi di natalità».

Secondo Goldman dunque l’impegno religioso e la fertilità risultano legati a doppio filo, attenzione non si tratta solo genericamente di avere fede, ma parla di impegno religioso, nella sua analisi mette in evidenza un sondaggio del maggio 2021 del  Pew Institute riferito agli ebrei, secondo il dossier gli ebrei orotossi hanno una media di 3,3 figli, percentuale che scende all’1,4 negli ebrei non ortodossi. Anche l’età ha un peso non indifferente, per gli ebrei ortodossi il primo figlio arriva poco dopo i 23 anni, 5 anni prima di chi ha una fede meno militante.

E per quanto riguarda i cristiani? Secondo i dati di Goldman dagli anni Cinquanta a oggi la percentuale degli americani che si identificano come cattolici  è rimasta nella fascia media del 20%, mentre la percentuale di protestanti è crollata di circa la metà. La percentuale di coloro che non si identificano con la religione è passata da circa lo zero all’inizio degli anni ’50 al 20 per cento nel 2020. Il dato cattolico, fa notare sempre Goldman, è supportato positivamente dall’immigrazione dai Paesi cattolici.

Stando a questi dati dunque non sono le politiche governativi o gli incentivi ad incidere in maniera determinante sul tracollo del tasso di fecondità, bensì la fede vissuta con impegno, la consapevolezza che i figli si fanno – oltre che per la società – per la Chiesa, per il cielo, per la vita eterna. Senza un ritorno ad una visione di questo tipo difficilmente si potrà invertire la tendenza.


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