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NEWS 27 Agosto 2022    di Lorenzo Bertocchi

Siamo alla canna del gas non solo per la guerra

Brucia il mercato del gas, raggiungendo prezzi al calor bianco, fino a 321 euro/MWh al Ttf olandese. Una crescita di oltre il 500% in un anno. Una situazione complessa e con cui, purtroppo, dobbiamo tutti fare i conti. Per cercare di comprendere cosa sta accadendo abbiamo contattato Sergio Giraldo, Head of Risk Management and Energy Market Compliance di Utilità.

Dottor Giraldo, la fiammata dei prezzi del gas è solo colpa della guerra tra Russia e Ucraina?

«No, perché si tratta di una situazione che arriva da lontano».

Da dove?

«Oggi noi vediamo gli esiti di politiche energetiche europee che ora arrivano al redde rationem. Innanzitutto occorre dire che circa venti anni fa il mercato del gas è stato liberalizzato e a livello europeo è stato incentivato come riferimento il cosiddetto mercato Ttf olandese che però nei fatti è molto piccolo e dove i volumi fisici di gas trattati sono ridicoli. Quindi è un mercato in cui il prezzo è facilmente manipolabile».

Perciò, mi scusi, ci può essere qualcuno che specula su questo mercato cercando di “orientarlo”?

«Sicuramente, perché quel mercato fisico ha di fianco un mercato finanziario, ossia ci sono dei futures quotati su di una borsa che si chiama Ice, che scambia circa 250 volte tanto il volume del Ttf con il gas fisico. E lì ci sono soggetti che sono puramente finanziari, non vendono e non comprano gas fisico come un’azienda del settore, ma sono fondi o banche che prendono posizioni finanziarie. Personalmente sono abbastanza allergico all’idea della speculazione, però diciamo che questi soggetti che partecipano al mercato in questo modo, puramente finanziario, in realtà oggi stanno squilibrando il mercato».

Torniamo alle cause remote di questa situazione.

«Questo Ttf che è stato privilegiato come mercato di riferimento è in realtà parziale, perché l’offerta di gas non è realmente concorrenziale. L’offerta di gas sul nostro mercato europeo è in realtà molto concentrata, perché non sono tanti i produttori di gas e l’Europa è in posizione di svantaggio. Fino a un anno fa più di metà del gas che arrivava era russo e già questo fa comprendere come si trattasse di un mercato, diciamo così, fortemente a rischio di manipolazioni. Se Gazprom decide di non mandare più gas o mandarne meno, oppure di far salire i prezzi, oppure di farli scendere, per qualunque motivo, noi non possiamo fare altro che prendere quel prezzo che c’è».

A questo punto però entra in gioco anche la guerra iniziata il 24 febbraio scorso?

«La guerra peggiora una situazione già grave, perché la Russia sa e sapeva benissimo di poter azionare la leva dei quantitativi di gas per influenzare i prezzi ed è esattamente quello che è successo. C’è da dire una cosa però».

Quale?

«Che è stata l’Europa per prima a decidere di rinunciare al gas russo in risposta all’invasione ucraina, non essendo però veramente pronti con le alternative. E in questo passaggio è anche difficile aspettarsi che la Russia assista senza fare nulla. Ma al di là di questi due punti: la liberalizzazione del mercato su Ttf che non funziona e la Russia quasi monopolista, c’è un terzo aspetto che viene prima della guerra».

Prego.

«È il Green deal, cioè che l’Unione europea ha annunciato di voler rinunciare agli idrocarburi non essendo però ancora pronta, ancora una volta, per farlo davvero. Già solo come effetto annuncio questo ha provocato un rallentamento se non un arresto degli investimenti sugli idrocarburi, e conseguente scarsità sul mercato. Che poi è quella che ha fatto salire i prezzi (soprattutto del petrolio) negli anni scorsi».

C’è una soluzione per questa situazione che prospetta guai per imprese e famiglie italiane?

«A mio parere ci sono due azioni da compiere: inondare di soldi imprese e famiglie perché possano sostenere questi costi, in quanto ormai ci sono e nel breve termine non sono eliminabili, per questa azione immagino un grande piano che non può che essere europeo; l’altra cosa, più strutturale, riguarda, invece, la necessità di fermare il Green deal, e in particolare il mercato obbligatorio dei permessi di emissioni della CO2, che è stato il motore dei rincari dei prezzi dell’energia nella primavera 2021, e poi investire nella ricerca di gas, con gasdotti, rigassificatori e dare volumi nuovi di gas al sistema».

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