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NEWS 2 agosto 2021    di Redazione

Unplanned, «è tutto vero», parola di ostetrica

Finalmente è arrivato nel nostro Paese. Si tratta di Unplanned, il film che  ha sconvolto gli Stati Uniti. E’ basato sulla storia vera dell’ex dipendente del colosso Planned Parenthood. Abby Johnson che nel 2009 in Texas dirigeva una delle cliniche colosso abortista, e racconta del momento in cui le fu chiesto di assistere a una “interruzione di gravidanza”. Da quel momento la sua vita non è stata più la stessa.

Oggi e domani il film sarà in anteprima a Verona e Treviso, il prossimo 5 agosto a Viterbo, mentre è atteso nelle sale per il mese di settembre.

di Giulia Fornasier*

Penso che gli spettatori del film Unplanned si siano più volte chiesti, durante la proiezione, se fosse tutto vero. Un po’ come quando si vede The Passion e si pensa che alla fine sia stato un po’ tutto pompato da Gibson, perché non è moralmente accettabile, in fin dei conti. Che fosse cruento ce lo aveva annunciato all’anteprima il produttore, Federica Picchi, ma sono convinta che il 99% delle persone in sala non avesse la minima idea di quel che succede abitualmente nelle cliniche abortiste, e che sia stato pertanto scosso da quella che è la (cruda) realtà dei fatti. Me ne sono accorta perché, mentre il mio fidanzato alla mia destra e la mia migliore amica alla mia sinistra piangevano, io ero impassibile.

Non mi sono guardata indietro, ma penso che un paio di colleghe ostetriche sedute due file più in là non abbiano fatto una piega. La mia prima volta però non andò così, e penso neanche la loro.

“No, ma in Italia non ci sono le Planned Parenthood, da noi non succede”. Obiezione respinta. Noi non abbiamo le cliniche abortiste forse, ma abbiamo gli ospedali, alcuni dei quali obbligati per legge a garantire l’interruzione volontaria di gravidanza. E fu proprio in uno di questi ospedali, al mio terzo anno di tirocinio, che vidi per la prima volta ciò che in quella sala è stato proiettato.

Tanta compostezza è frutto dell’esperienza. Perché sì: è tutto vero.

Avevo 22 anni, ero in turno in Sala Operatoria della Ginecologia. Dovevo imparare a strumentare isterectomie, annessiectomie, aborti spontanei e gli interventi di risoluzione di prolasso. Avendo esaurito la lista operatoria della giornata stavo per andarmene quando, dagli ambulatori di Diagnosi Prenatale, chiamarono per chiedere se ci fosse un’equipe non obiettrice per un’interruzione urgente: una donna e suo marito erano lì e avevano appena scoperto che il loro bambino era affetto da trisomia 13, una grave patologia cromosomica. A risposta affermativa si cominciò l’allestimento della sala. Rimasi, ma non strumentai: non era tra gli obiettivi del tirocinio crearmi sensi di colpa; l’obiezione di coscienza sarebbe stata una decisione da prendere qualora assunta, da dipendente pubblica. Per fortuna. Ciò che vidi mi bastò per sempre.

Quindi sì, ero preparata a vedere la freddezza del medico, a vedere pezzi di tessuti umani, a vedere sangue rosso vivo (perché l’aborto spontaneo, specie ad inizio gravidanza, è di color mestruazioni, rosso scuro e grumoso, molte volte indifferenziabile, e che ci sia questa grossa differenza non me lo avevano detto). Ero preparata a vedere la straziante reazione di difesa del feto e a vedere la camera gestazionale vuota: non ho pianto. Ho solo ricordato.

Anche la corsa verso il bagno di Abby, tra la nausea e le lacrime è vera: ho corso anche io quella volta. La reazione di un essere umano, credente o no, di fronte ad una cosa del genere non può che essere questa.

Dovrebbe essere la stessa anche quando si apprende che dietro una logica “onorevole”, quella di voler difendere il diritto riproduttivo delle donne, come dice la protagonista, si cela una sconcertante – si fa per dire – grossa verità: la compravendita di morti.

E sconcertata sono ancora io, che non ho mai dimenticato le lezioni di psicologia clinica sui traumi da aborto procurato, sull’altissima incidenza di depressione nelle donne cinesi per i milioni di aborti annui da quando ha preso il via la politica del figlio unico. Ciò che sorprende sempre è vedere come chi si batte per l’aborto a tutti i costi, sembri non sapere (ricordare?) che, al netto delle considerazioni etiche sull’embrione e sulla pratica (della serie: è un bambino o no? È un omicidio oppure no? Sentirà male oppure no?), l’attaccamento al feto è un processo non consapevole, che inizia a svilupparsi in tutte le donne subito dopo il concepimento, quando ancora non sanno della gravidanza, ad opera della cascata ormonale che lavora in senso progestativo. Un processo che c’è, esiste, cambia la donna per sempre, la rende madre anche contro la sua volontà. È innegabile. L’interruzione improvvisa di questo processo può scatenare gli effetti di un lutto non risolto e sfociare in disturbi psichiatrici.

Come è possibile far passare l’idea che si possa decidere della vita o della morte di un altro essere umano solo perché ancora quasi invisibile, e che questo non generi cicatrici nel corpo e nello spirito? E di fronte al fatto compiuto, come mai permettiamo che la donna venga lasciata a sé stessa a combattere con il suo improferibile lutto in un assordante silenzio? Per il politicamente corretto?

Mi riconosco in Abby Johnson perché ho capito, come lei, che il politicamente corretto è solo una colossale menzogna. L’aborto innocuo non esiste. Qualunque donna, sapendo cosa succede realmente, vedendo quanto ho visto io, considerando quali potrebbero essere gli esiti, ci penserebbe su molto bene.

In un tempo di estremismi politicamente corretti, in cui anche esprimere le proprie idee non è per nulla scontato, credo che i tempi siano maturi perché la gente veda e conosca.

Che vedano, che vedano tutti. È tutto vero. Parola di ostetrica.

*ostetrica e autrice di Accetto la sfida


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